lunedì 30 giugno 2008

Solo il Niño poteva riportare la Spagna alla vittoria

Fernando Torres mette la firma sulla vittoria, Iker Casillas alza al cielo il trofeo: la Spagna è Campione d’Europa



Iker Casillas può alzare quel trofeo che tutta la sua Nazione desiderava: la Spagna è Campione d’Europa per la seconda volta nella sua storia dopo aver sconfitto la Germania nella finale dell’Ernst Happel grazia ad un 1-0 firmato proprio dal giocatore di maggior qualità del settore offensivo, ovvero Fernando Torres che sigilla con una prodezza la finale e il titolo. Chi si lamentava del rendimento insufficiente del Niño fin qui ha avuto la risposta migliore possibile nel lob basso che ha reso inutile l’uscita di Lehmann e reso pesante la disattenzione di Lahm, un episodio che condanna la Germania ad una sconfitta tutto sommato giusta per quanto visto nel match: la Mannschaft è stata infatti troppo lenta nel proprio gioco e sempre in difficoltà in difesa, a parte una decina di minuti nella ripresa in cui è riuscita ad imprimere un cambio di ritmo, senza però trovare la giusta continuità. Meglio la Spagna, che con Fabregas in campo ha aggiunto incisività in regia per un gioco sicuramente più razionale e più invitante per l’unica punta Fernando Torres, con le Furie Rosse che oltre al gol hanno avuto un altro paio di buone occasioni e nel finale avrebbero potuto (e dovuto) chiudere la partita. Questo ha finito per rendere un po’ sofferto anche il finale, ma la Spagna ha saputo tenere bene, è rimasta sempre compatta (soprattutto grazie ad un centrocampo che raramente s’è staccato di molto dalla linea difensiva) e non ha concesso grandi occasioni agli avversari, meritandosi quindi pienamente l’urlo liberatorio arrivato dopo il triplice fischio finale, un urlo che ripaga di un’attesa durata 44 anni, quando un gol di Marcelino Martinez nel finale di gara regalò il successo sull’USSR e il successo casalingo nell’Europeo del 1964, successo che finalmente la Spagna è riuscita a bissare con un altro trofeo. Adesso è giustificato il giubilo dei media spagnoli, davvero protagonisti in quasi tutti gli sport importanti, dal basket al ciclismo passando anche per il tennis, una Nazione che evidentemente riesce ad esprimere talenti in ogni disciplina e che soprattutto riesce a valorizzarli: in questo senso, ottenere un successo così prestigioso in un sport così popolare è anche un merito giusto per le politiche sportive di questa Nazione che troppo spesso si ritrova divisa in regionalismi (forse è l’unico stato “meno unito” dell’Italia in questo senso, viste le tante volontà di autonomismo portate avanti dai baschi o dai catalani, per fare un paio di esempi) ma che ha saputo creare delle squadre vere in questi sport, superando tutte queste differenze culturali e di vedute. Ma a vincere sono soprattutto i calciatori, nonostante le prestazioni individuali (anche in questa finale) non siano state molto esaltanti, con Fernando Torres su tutti a strappare applausi per la tenacia, l’astuzia e poi la classe con cui ha firmato la rete decisiva, con Cesc Fabregas che impone il suo talento con grande maturità anche in occasioni così importanti, dimenticandosi che la carta d’identità lo vedrebbe soltanto 21enne, con Marcos Senna che s’è specializzato nell’annullare elementi chiave delle squadre avversarie (dopo il successo con Andrei Arshavin della Russia s’è ripetuto con Michael Ballack della Germania), con Carlos Marchena sorprendentemente più solido di Charles Puyol e con Sergio Ramos molto continuo in fase di spinta, anche se sulla sua corsia ha dovuto fronteggiare un Lukas Podolski piuttosto insidioso. Non si può certo dimenticare neppure Luis Aragones, che nonostante tante scelte impopolari (e francamente sbagliate, come quella di lasciare a casa Raul o di tenere quasi sempre in panchina Fabregas) è riuscito dove molti suoi predecessori (anche più quotati) avevano fallito, ovvero per far alzare un trofeo alle Furie Rosse: il successo sta nell’aver puntato sempre sulla stessa formazione nei match che contavano (soltanto contro la Grecia c’era stato spazio per le riserve, in un match che non contava più nulla nell’ottica del girone), ma forse sta soprattutto nell’aver messo in cantina il ripetitivo tiqui-taca che aveva decisamente fallito nel quarto di finale contro l’Italia, rivelandosi inadeguato per match che contano davvero. Con un gioco più razionale (e forse più aggressivo) la Spagna è riuscita ad ottenere due vittorie piuttosto meritate e ad arrivare alla vittoria di questo Euro 2008, che ha visto le Furie Rosse subire sempre gol nella fase a girone (una rete subita in ognuna delle tre partite iniziali), ma che poi nella fase decisiva ad eliminazione diretta non ha concesso neppure un gol, proprio in quella fase dove storicamente la Spagna finiva per fallire. Niente da fare per la Germania, espressasi ai massimi livelli soltanto nel quarto di finale contro il Portogallo e incapace di ripetere quei livelli nelle due partite successive: il carattere (e un po’ di fortuna) era servito per ottenere una vittoria soffertissima contro la Turchia ma da solo non è bastato in questa finale, dove la Spagna ha saputo limitare le velleità offensive tedesche con un muro abbastanza solido a centrocampo. Joachim Low non riesce a portare a casa il quarto titolo europeo ma sono poche le scelte che gli possono essere criticate, soprattutto considerando che si è ritrovato un Ballack in condizioni pessime nel momento decisivo del torneo. Proprio il centrocampista del Chelsea perde un altro trofeo in finale, ripetendo in maniera incredibilmente fedele quanto successo nel 2000, quando con il Bayer Leverkusen perse all’ultima giornata la Bundesliga (in uno spettacolare rush finale che premiò il Bayern Monaco) e fu sconfitto in finale di Champions League e Coppa di Germania, per poi perdere il Mondiale in finale contro il Brasile (partita che Ballack saltò per squalifica): molto simile è quello che è successo quest’anno, visto che Ballack (o perlomeno la sua squadra, visto che il tedesco ha saltato qualche mese per infortunio) è stato sconfitto in finale di Community Shield (la Supercoppa inglese), Carling Cup e Champions League, vedendo sfuggire il titolo della Premier League anche questa volta all’ultima giornata e ripetendo la sconfitta in finale con la propria Nazionale. Parliamo sempre di un giocatore che ha vinto molto, ma che non riesce ad essere molto fortunato al momento di conquistare un importante alloro internazionale.

La Germania scende in campo con quel 4-2-3-1 che ha caratterizzato la propria fase ad eliminazione diretta, proponendo soltanto un cambio di formazione rispetto all’undici che ha sconfitto la Turchia, con l’esclusione di Simon Rolfes per l’ingresso di Torsten Frings in mediana. E’ regolarmente in campo invece Michael Ballack, in dubbio fino all’ultimo per un fastidio al polpaccio. Dopo aver proposto quattro formazioni identiche nei primi due match del girone e nei primi due ad eliminazione diretta, la Spagna si trova costretta a cambiare un tassello nel proprio undici per l’infortunio subito da David Villa, sostituito da Cesc Fabregas in un modulo che diventa un 4-1-4-1 con Fernando Torres unica punta.

L’inizio di gara è molto lento e un po’ di studio (come si dice in gergo), con la Germania che vuole mostrare la propria compattezza per non dare spazio al solito fraseggio spagnolo per poi cercare di ripartire in velocità o pressando alto per sfruttare qualche possibile errore difensivo. In questi primi 10 minuti, la Germania riesce ad aprirsi gli spazi in maniera più convincente rispetto alla Spagna, ma con lo scorrere del tempo il trend sarà destinato a cambiare.

Il primo tiro del match intanto arriva al 9’ minuto: Klose svaria e riceve palla sulla sinistra, avanza un po’ e tocca in orizzontale per Hitzlsperger che calcia troppo debolmente e centrale, permettendo a Casillas la facile presa.

Al 14’ è la Spagna a crearsi una buona chance, anche se in modo piuttosto casuale: bel servizio di Xavi verso il vertice sinistro dell’area di rigore per Iniesta, il quale ha grande spazio per affondare ma sorprendentemente si ferma per poi rientrare sul destro e cercare un difficile appoggio verso il centro, creando però un rimpallo che rischia di condannare la Germania, con in particolare l’ultimo tocco di Metzelder che prende quasi in controtempo Lehmann, il quale però ha il gran riflesso per deviare in corner.

Il tema tattico di gara è abbastanza chiaro: le due squadre non hanno alcuna intenzione di scoprirsi e rimangono molto compatte dietro per non lasciare spazi e in fase di manovra il numero dei giocatori che attaccano è sempre molto inferiore rispetto a quelli che difendono. Si cerca quindi di recuperare palla in buona posizione per far partire la transizione offensiva e sfruttare un minimo di sbilanciamento avversario. Come accaduto anche negli ultimi due match, dopo pochi minuti la Spagna inverte i suoi esterni, portando Iniesta sulla fascia sinistra e David Silva sulla destra, ma le Furie Rosse hanno il solito difetto di non allargare mai il gioco e imbottigliarsi costantemente al centro, cosa che non succede nella Germania perché Klose svaria sempre molto, così come Podolski rimane sempre piuttosto largo sulla sinistra per puntare il terzino avversario, ovvero Sergio Ramos.

Sergio Ramos però è molto pericoloso in fase offensiva e al 23’ triangola lungo con Cesc Fabregas, il quale di prima gli ritorna un gran pallone aprendogli lo spazio per il cross che arriva preciso verso il secondo palo, dove Fernando Torres sovrasta nello stacco Mertesacker e colpisce bene di testa a schiacciare, la conclusione sarebbe impossibile da parare per Lehmann ma a salvare la Germania ci pensa il palo, che nega la gioia del gol al Niño. Bravissimo l’attaccante del Liverpool in stacco e conclusione, ma le migliori azioni della Spagna passano tutte dai piedi di Fabregas.

La Spagna adesso sfrutta realmente le fasce per allargare il proprio gioco ma grazie alla spinta dei due terzini, che permettono così di accelerare un po’ il gioco. In questa fase centrale la Germania appare poco fluida nel gioco, soprattutto perché è evidente l’inferiorità numerica della Mannschaft dalla trequarti offensiva in su che finisce per costringere i tedeschi nel puntare sulle azioni personali provenienti dalle fasce, soprattutto con la rapidità di Podolski (che però appare anche abbastanza impreciso). In tutto questo, Ballack appare troppo poco brillante e mai incisivo nel gioco dei suoi.

I difensori tedeschi appaiono in grossa difficoltà perché Fernando Torres li attacca sempre tenacemente sui palloni vaganti, finendo per far valere il proprio passo decisamente più rapido. Proprio questo succede al 33’, nell’episodio che decide il match: la verticalizzazione dalla trequarti di Xavi è imprecisa, Lahm appare in vantaggio su tutti ma si addormenta nell’attendere l’uscita del proprio portiere, non accorgendosi del fatto che il passaggio è troppo corto per rendere così semplice l’intervento di Lehmann. Fernando Torres si accorge dell’incertezza e attacca Lahm, riesce ad incunearsi tra il terzino e Lehmann e poi batte il portiere con un delizioso lob basso che manda il pallone lentamente ma con estrema precisione a morire all’interno della rete, per il gol dello 0-1. Reattivo e chirurgico nella conclusione il Niño, uno che non si lascia trasportare dalle emozioni in occasioni così importanti, ma troppo evidente e grave l’erroraccio di Philipp Lahm.

La Germania tenta una reazione di nervi ma questi prendono troppo corpo in Michael Ballack, che è anche sfortunato perché si apre un sopracciglio in un contrasto testa contro testa con Marcos Senna, finendo steso come un pugile.

In avvio di ripresa, Low decide di togliere Lahm, destinato a diventare protagonista negativo della partita, inserendo un terzino di spinta come Jansen. La Germania prova così a fare gioco ma lo fa troppo lentamente, senza mettere mai in seria difficoltà la difesa spagnola, con le Furie Rosse che invece riescono a creare qualche pericolo potenziale in contropiede, con Fernando Torres che può sfruttare l’enorme differenza di passo con Mertesacker: l’inerzia sembra tutta per la Spagna.

Al 53’ gli spagnoli ripartono in modo intelligente, con Fabregas che apre sulla destra dell’area di rigore per Fernando Torres, il quale guarda a centro area e poi tocca dietro per Xavi, che calcia radente ad incrociare costringendo Lehmann ad una difficile deviazione in corner.

Al 55’ arriva un altro contropiede pericoloso con Iniesta che verticalizza bene per Fernando Torres, il quale prende bene il tempo a Jansen e sembra poter puntare la porta ma davanti a sé trova una grande uscita a terra di Lehmann a strappargli la palla dai piedi: la Germania barcolla pesantemente.

Low passa ai ripari provando a cambiare modulo e a tornare al 4-4-2, inserendo al 58’ Kevin Kuranyi al posto di Hitzlsperger.

Il cambio ha l’effetto sperato e la Germania riesce ad alzare il ritmo, cominciando a spingere forte sulle fasce e a creare affanni nella difesa spagnolo. Questa fase però dura soltanto una decina di minuti e frutta soltanto una chance, al 60’: Puyol si complica terribilmente la vita sulla corsia sinistra d’attacco della Germania, Jansen recupera palla e la tocca dentro per Klose che appoggia di prima per Ballack, il quale ha l’opportunità di trovare una buona conclusione ma non colpisce bene il pallone, la traiettoria del tiro è comunque insidiosa e la palla va ad uscire sfiorando il palo, con Casillas che aveva visto tardi il pallone.

Al 64’ c’è un episodio non gravissimo sul piano disciplinare, ma che conferma l’incompetenza dell’arbitro Rosetti: David Silva trattiene vistosamente Podolski per impedire un’azione molto pericolosa sulla sinistra, con un intervento che sarebbe da ammonizione per tutta la vita. Oltretutto, il fantasista del Valencia ha un battibecco con l’avversario e gli rifila una mini-testata, con un gesto non certo violento ma sicuramente da punire: ce ne sarebbe abbastanza per un cartellino giallo, ma non per Rosetti che incredibilmente non ammonisce lo spagnolo. Quando un arbitro non ammonisce questa trattenuta e poi (qualche minuto dopo) si inventa un gomito alto per ammonire Fernando Torres in un normale (e involontario) contrasto testa contro testa con Mertesacker si capisce quanto sia inadeguato per arbitrare una partita del genere: nel calcio però le raccomandazioni contano e fanno una carriera e Collina è un santo in paradiso per questo arbitro.

Il buon momento della Germania viene spezzato al 67’: la difesa tedesca prova a fare fuorigioco su una punizione dalla destra ma in questo modo finisce soltanto per lasciare liberissimo Sergio Ramos in area di rigore per un incornata che Lehmann deve alzare in corner con un altro buon intervento. Il portiere dell’Arsenal (che l’anno prossimo giocherà allo Stoccarda) tiene in vita le speranze della Germania.

Il corner successivo è battuto corto, nessuno va a contrastare Iniesta che entra facilmente in area e calcia verso il primo palo, dove appostato c’è Frings a salvare con il piede. Incredibile però la distrazione tedesca, con il centrocampista del Barcellona che va alla conclusione con una facilità estrema.

La sfuriata della Spagna non frutta il raddoppio ma riesce nuovamente a cambiare l’inerzia della partita, perché adesso gli spagnoli tornano ad essere insidiosi in contropiede e tolgono continuità d’azione alla Germania, che adesso fatica a ritrovare velocità e a rendersi insidiosa negli ultimi metri.

All’81’ la Spagna non chiude colpevolmente il match: ci sono praterie sulla destra per Santi Cazorla (subentrato al posto di David Silva pochi secondi dopo che il giocatore del Valencia aveva rischiato di subire un cartellino) che crossa dalla destra, Daniel Guiza può colpire liberamente ma schiaccia troppo il pallone di testa e invece di mandarlo verso la porta lo devia addirittura orizzontalmente, il tentativo sbagliato rischia di diventare un assist per Marcos Senna che però da pochi passi non trova la deviazione vincente e la difesa tedesca si salva.

La Germania finisce troppo ferma il match, con Ballack che non esiste nel gioco dei suoi e la Spagna decisamente più viva: in questo modo, la Mannschaft non riesce neppure a creare un ultimo attacco, anche perché Metzelder gestisce in maniera pessima gli ultimi possessi. Nell’unica occasione che la Germania trova per inserirsi in area ci pensa il solito Rosetti a rovinare tutto, inventandosi un fallo su Capdevila in area di rigore, con Schweinsteiger che avrebbe avuto a disposizione un pallone molto pericoloso: si spengono qui le speranze tedesche.

La Spagna si incorona quindi Campione d’Europa per la seconda volta nella sua storia e saluta nel modo migliore il proprio ct Aragones, destinato a firmare con il Fenerbahce: adesso c’è curiosità per capire chi sarà il suo successore, visto che per adesso non si sono fatti dei nomi credibili. Di certo, il nuovo ct raccoglierà un’eredità pesante ma potrà far crescere un gruppo di giocatori ancora giovani ma già vincenti, come ad esempio Sergio Ramos, Andreas Iniesta, Cesc Fabregas o Fernando Torres: con altri due anni d’esperienza, questi talenti potrebbero diventare ancora più forti in vista del Mondiale del 2010. Come detto, ancora non si ha idea di chi potrebbe essere il nuovo ct spagnolo, ma in Spagna c’è un tecnico vincente che è libero da tre anni e che potrebbe fare il caso delle Furie Rosse, ovvero Vicente Del Bosque: forse, proprio il 57enne ex tecnico del Real Madrid potrebbe essere perfetto per la Nazionale spagnola.

Non ci sono invece dubbi su chi sarà il ct della Germania nel prossimo biennio, visto che Joachim Low è stato confermato senza alcun problema e potrà continuare il suo lavoro anche in vista dei prossimi Mondiali. L’Europeo della Mannschaft è stato decisamente positivo, anche se la Germania è mancata nell’acuto finale: di certo, Low avrà il compito di creare un impianto decisivo più solido in vista del 2010.


Germania-Spagna 0-1

Germania (4-2-3-1): Lehmann 6,5 – Friedrich 6 Mertesacker 5,5 Metzelder 4,5 Lahm 4 (46’ Jansen 6) – Frings 6 Hitzlsperger 5 (58’ Kuranyi 5) – Schweinsteiger 5 Ballack 4 Podolski 6 – Klose 6 (79’ Gomez sv)

In panchina: Enke, Adler, Fritz, Westermann, Rolfes, Neuville, Trochowski, Borowski, Odonkor
Commissario tecnico: Joachim Low 5,5

Spagna (4-1-4-1): Casillas 6 – Sergio Ramos 6,5 Puyol 6 Marchena 6,5 Capdevila 6 – Marcos Senna 7 – Iniesta 6 Fabregas 6,5 (63’ Xabi Alonso 6) Xavi 6 David Silva 4,5 (66’ Santi Cazorla sv) – Fernando Torres 8

In panchina: Palop, Reina, Raul Albiol, Fernando Navarro, David Villa, Sergio Garcia, Arbeloa, Juanito, De La Red
Commissario tecnico: Luis Aragones 6

Arbitro: Roberto Rosetti (Italia) 4

Gol: 33’ Fernando Torres
Ammoniti: Ballack, Kuranyi (G), Casillas, Fernando Torres (S)

venerdì 27 giugno 2008

Una Russia spompata non riesce ad opporsi: la finale sarà Germania-Spagna

Le Furie Rosse sbloccano la partita in modo fortunoso e poi dilagano grazie ad un grande Cesc Fabregas, autore di due assist nel 3-0 finale



Guardando il tabellone delle semifinali di Euro 2008, le due protagoniste più attese per sfidarsi in finale erano Germania e Spagna e, in qualche modo, entrambe le Nazionali sono riuscite a non fallire: Vienna ospiterà quindi una finale comunque nobile, con la Germania che parte come favorita per la conquista del suo quarto Europeo, mentre la Spagna proverà a risolvere i suoi problemi di gioco per vincere il suo secondo titolo europeo. Le Furie Rosse, infatti, non sono apparse brillantissime neppure in un match vinto in modo netto contro la Russia, con il 3-0 che maschera un po’ eccessivamente alcune difficoltà degli spagnoli nel trovare profondità e pericolosità, considerando anche che il gol del vantaggio è arrivato in modo decisamente fortunoso e ha spento tutte le velleità della squadra di Hiddink. Rispetto alla lentezza estenuante mostrata contro l’Italia, la Spagna ha già fatto un passo avanti nella prestazione di questa semifinale, ma parlare di gioco soddisfacente è una forzatura eccessiva, perché la squadra di Luis Aragones si è dimenticata per tutto il primo tempo nell’esistenza delle corsie laterali e ha rifornito le proprie punte soltanto con lanci lunghi. Fondamentale, oltre al gol di Xavi che ha sbloccato il match, è stato l’ingresso in campo di Cesc Fabregas: ormai è chiaro come il 21enne sia l’unico centrocampista della Spagna capace di dare verticalità al gioco delle Furie Rosse, ma sorprende sempre più come Aragones continui a snobbarlo dalla formazione titolare. Per vedere Fabregas in campo, infatti, c’è voluto l’infortunio di David Villa, con il catalano che è riuscito a non far rimpiangere il Guaje grazie ad una prestazione di altissimo livello e ai due assist che hanno chiuso il confronto, aprendo la strada per la seconda e la terza rete degli spagnoli: bisogna essere davvero folli per continuare a lasciare in panchina il centrocampista dell’Arsenal, che già ai quarti era stato determinante realizzando il rigore decisivo. Dopo il vantaggio, per la Spagna le cose si sono messe completamente in discesa anche per l’impalpabilità della reazione della Russia, apparsa davvero troppo spompata sul piano fisico dopo lo splendido quarto di finale giocato contro l’Olanda e incapace di creare un’azione insidiosa in tutta la ripresa, dopo che nel primo tempo la squadra di Hiddink era riuscita comunque a tenere bene il campo e a rendersi anche più pericolosa degli avversari. Come nei primi due match di questi Europei era stata decisiva l’assenza di Andrei Arshavin (contro la Spagna, nella sconfitta per 4-1 nel girone, e contro la Grecia, partita vinta 1-0 ma non brillantemente), la stessa cosa si può dire anche per quest’ultimo match, visto che il talento dello Zenit San Pietroburgo dopo aver mostrato tutto il meglio del proprio repertorio contro Svezia e Olanda, in questa semifinale ha mostrato davvero il peggio di sé, con una prova decisamente incolore: Arshavin non è mai stato nel vivo del gioco ed è stato ingabbiato bene dalla mediana spagnolo (Marcos Senna in particolare), ma di suo non ci ha messo nulla per uscire da questa situazione difficile, dimostrandosi sempre troppo prevedibile nei movimenti (andando troppo spesso a puntare sul centro-sinistra) e troppo timido contro l’aggressività degli avversari. Senza la fantasia del proprio trequartista, alla Russia sono mancate le alternative, anche perché pure gli altri centrocampisti sono apparsi in giornata negativa e non sono riusciti ad attuare quella serie di inserimenti che ha fatto impazzire l’Olanda nei quarti di finale. Il cammino dei russi è stato comunque esaltante, anche se a Guus Hiddink resterà il rammarico di non essersi riuscito a giocare la semifinale con la squadra al meglio delle proprie possibilità. Alla fin fine, il secondo tempo ha reso legittima la vittoria della Spagna, ma a ben vedere sono pochi gli uomini di Aragones che hanno brillato davvero in questo match, in cui le Furie Rosse hanno aumentato agonismo e furore atletico, ma in cui spesso sono mancati di lucidità: per questo motivo, il 3-0 finale è un risultato fin troppo largo per quanto visto in campo, ma visto di uno scoramento finale della Russia e delle grandi qualità tecniche di Fabregas.

Dopo la grande vittoria ottenuta sull’Olanda, la Russia conferma il proprio schema tattico, con il 4-4-1-1 che vede un mediano fisso davanti alla difesa (il capitano Semak) e l’altro a svariare più verso il fronte offensivo (Semshov). L’unico cambio di formazione riguarda la squalifica del difensore centrale Kolodin, sostituito da Vasili Berezutski. Conferme in serie anche per la Spagna, che dal primo match del torneo gioca con la stessa formazione titolare (a parte l’ininfluente sfida contro la Grecia in cui Aragones ha fatto riposare tutti i titolari), con il 4-4-2 che conta molto sulla rapidità di Fernando Torres e David Villa in attacco e sul dinamismo degli esterni Andreas Iniesta e David Silva, i quali svariano e si scambiano spesso di posizione.

La difesa della Russia è molto svagata in questo inizio di gara e al 6’ concede troppo facilmente un’occasione alla Spagna: lancio a sventagliare verso la fascia destra per David Villa, che fa scorrere il pallone per Fernando Torres. Il centravanti del Liverpool vince il contrasto con Ignashevich (non perfetto nella chiusura), si gira e calcia verso la porta ma Akinfeev era uscito bene e aveva trovato la giusta posizione per chiudergli lo specchio e per respingere.

La Spagna tiene maggiormente il possesso di palla e ha un gioco meno lento del solito, in particolare più rapido di quello visto ai quarti di finale contro l’Italia. Le due punte, però, vengono servite in maniera convinta soltanto una volta nei primi 10 minuti, con le Furie Rosse che mancano di profondità in maniera evidente. La Russia inizia la partita in maniera sorniona, attendendo gli avversari e non riuscendo a rendersi viva in attacco.

Il discreto inizio della Spagna non viene però quantificato con grandi occasioni da rete, nonostante all’11’ Iniesta porti avanti un buon pallone sul centro-sinistra, servendo poi David Villa che fa un movimento breve a rientrare e calcia da fuori area, con Akinfeev che riesce però a respingere bene nonostante la conclusione fosse abbastanza angolata.

La Russia fatica a guadagnare metri, con Pavlyuchenko che non riesce mai a farsi vedere in appoggio per i compagni, mentre Arshavin è immediatamente aggredito dagli avversari ogni volta che tocca il pallone, una tattica che finisce per non farlo respirare e mandarlo in grande difficoltà.

Alcune volte, però, questa aggressività è eccessiva, come al 15’ quando Puyol lo stende in malomodo da fuori area, ma l’arbitro De Bleeckere non fa nulla per proteggere il russo e non estrae un sacrosanto cartellino giallo. La susseguente punizione viene battuta da Pavlyuchenko, ma la traiettoria del suo tiro non ha grande angolazione e termina alta.

Nella fase centrale del primo tempo la Spagna fatica moltissimo a fare gioco, perché la Russia si è completamente impadronita del campo, non facendo nulla di eccezionale sul piano estetico: gli spagnoli si affidano sempre più ai lanci lunghi per Fernando Torres o David Villa, anche perché non hanno alcun gioco sulle due fasce, con David Silva e Iniesta che stringono sempre verso il centro e non trovano il modo per essere realmente efficaci. Oltretutto, sono molto rare le azioni ragionate della Spagna e, come ampiamente visto in questi Europei, Xavi non riesce mai ad essere incisivo nella manovra dei suoi. La Russia non riesce mai ad attaccare la difesa avversaria con gli inserimenti dei centrocampisti, cosa che invece era successa molto bene contro l’Olanda: Semshov appare poco vivo e Zyrianov non riesce ad essere dinamico, per cui le uniche giocate buone arrivano sempre grazie alle partenze da dietro di Yuri Zhirkov.

Al 31’ la Russia crea la migliore occasione della sua partita: azione confusa con Zhirkov che al limite in scivolata riesce ad anticipare Puyol per far scorrere il pallone verso Pavlyuchenko, il quale calcia a giro cercando l’incrocio dei pali, con il pallone che sfiora il palo ed esce di un nulla dopo esser anche stato toccato da Casillas in volo.

Al 34’ un problema muscolare costringe David Villa a dare forfait e uscire dal campo, sostituito da Cesc Fabregas: la Spagna passa al 4-2-3-1, piazzando il centrocampista dell’Arsenal in posizione di trequartista, ma David Silva e Iniesta finiscono per piazzarsi sempre troppo vicini al catalano e imbottigliare il gioco verso il centro in maniera ancora maggiore. L’infortunio di David Villa è una cattiva notizia per Aragones, con l’attaccante che si fa male nel battere una punizione e che adesso è anche in dubbio per la finale di domenica prossima.

Con Fabregas in campo la Spagna ha finalmente un uomo che fa girare il gioco e che verticalizza, permettendo agli spagnoli di tornare padroni del campo, pur faticando molto nei movimenti: David Silva e Iniesta in particolare continuano a non trovare la posizione giusta. Finisce senza ulteriori squilli un primo tempo piuttosto brutto, dove non c’è mai stata un’azione davvero brillante e lucida creata da una delle due squadre.

Lo scenario nella ripresa cambia subito, perché al 50’ la Spagna passa in vantaggio, pur non meritandolo particolarmente: azione molto lenta che va sulla sinistra per Iniesta, il quale cerca un tiro-cross a giro, al centro Xavi si inserisce e trova una fortunosa deviazione in scivolata che prende in controtempo Akinfeev e finisce in rete, per lo 0-1 che manda in discesa la partita per le Furie Rosse. Xavi riesce così a riscattarsi in parte dopo un Europeo mediocre, realizzando un gol dall’importanza capitale, vista anche la fatica che la Spagna stava facendo per avere la meglio della Russia.

Da questo momento in poi, in campo c’è solo la Spagna: due minuti dopo David Silva va via in contropiede ma al limite dell’area si intestardisce nell’azione personale ma, quando sta ormai per perdere il pallone, riesce a toccare per Fabregas, il quale di prima fa scorrere per Fernando Torres che in area di rigore (e defilato sulla sinistra) manda alto il suo destro a giro.

La reazione della Russia è troppo confusa e la squadra di Hiddink perde troppi palloni nel momento in cui dovrebbe servire Pavlyuchenko e Arshavin, con quest’ultimo in particolare che continua ad essere incapace di uscire dalla gabbia tesagli dalla Spagna, con Marcos Senna che riesce facilmente ad avere la meglio nei suoi confronti.

Adesso la Spagna ha più continuità nell’azione offensiva, ma Fernando Torres spreca un po’ troppo e non chiude il match: al 61’ Sergio Ramos riesce ad andare fino in fondo, crossa basso per il tiro in anticipo del Niño che però manda largo il proprio tentativo.

Un minuto dopo Sergio Ramos riesce nuovamente a spingere bene e ad arrivare nuovamente sul fondo, il cross basso e stretto è ottimo per Fernando Torres che però conclude in modo goffo e mandando largo, sprecando una ghiotta occasione.

La Russia riprende in mano ma il suo secondo tempo è molto brutto, perché non riesce ad essere né brillante né incisiva, neppure dopo i due cambi di Hiddink, che inserisce anche l’ex enfant prodige Sychev, decisamente anonimo dal suo ingresso in campo.

Al 69’ anche la Spagna opta per un doppio cambio, togliendo Xavi e Fernando Torres per inserire Xabi Alonso e Dani Guiza: sul piano tattico non cambia nulla, ma è significativo come Fernando Torres esca dal campo senza nemmeno degnare di uno sguardo il ct Aragones, dopo i vari battibecchi avuti dai due negli ultimi giorni. Tra le incapacità di Aragones, infatti, c’è anche quella di non saper tenere unito il gruppo (in particolare, stanno facendo il giro del mondo le voci sulle sue liti con Sergio Ramos), ma nonostante tutto la Spagna domenica si giocherà il titolo europeo: pochi sport sanno essere più strani del calcio.

La partita è già segnata, ma a chiuderla definitivamente ci pensano le due reti che la Spagna trova nella fase finale di gara: al 73’ è splendida la palla di prima di Fabregas a scavalcare un difensore e servire l’inserimento puntuale di Guiza in area di rigore. L’attaccante del Maiorca controlla e poi di esterno destro fredda l’uscita di Akinfeev con una bella conclusione che vale lo 0-2 e che permette al Pichichi dell’ultima Liga di scrollarsi di dosso alcune critiche che gli sono piovute addosso dopo le brutte prestazioni mostrate contro Grecia (partita in cui aveva comunque trovato un gol) e Italia. Bravo Guiza, ma straordinario Fabregas nell’assist che spiazza la difesa avversaria: mettere questo giocatore in panchina anche in finale sarebbe una scelta assurda.

La Spagna nasconde poi il pallone ad una Russia ormai stesa al tappeto e all’82’ riesce ad accelerare con un lancio sulla sinistra per Fabregas, il quale punta l’area e poi è ancora lucidissimo nell’assist al centro per David Silva, che di piatto sinistro batte con estrema precisione Akinfeev e chiude il match, realizzando il definitivo 0-3.

Chissà se questi due assist e questa prestazione eccezionale basterà a Fabregas per entrare nelle grazie di Aragones in tempo per la finale di domenica prossima in cui la Spagna proverà a superare la solidità della Germania, anche se paradossalmente questi due turni ad eliminazione diretta hanno dato una sensazione opposta per questo fattore: se la Germania ha subito ben quattro gol (due contro il Portogallo e due contro la Turchia), la Spagna è riuscita a mantenere entrambe le volte la porta imbattuta, anche se va detto che ha avuto la fortuna di affrontare due squadre molto poco incisive come l’Italia di questi Europei e la Russia di questa semifinale.

Finisce con una sconfitta senza tanti appelli l’Europeo della Russia, una delle squadre che ha sorpreso maggiormente, soprattutto per lo splendido gioco mostrato contro Svezia e Olanda: grande artefice è quel mago della panchina che è Guus Hiddink, il quale ha un contratto fino al 2010 ma che potrebbe addirittura prolungarlo fino al 2012, altro segnale di come questa Nazionale voglia continuare la propria crescita con una guida così importante come quella dell’olandese.


Russia-Spagna 0-3

Russia (4-4-1-1): Akinfeev 6 – Anyukov 5,5 Vasili Berezutski 5 Ignashevich 6 Zhirkov 6 – Saenko 5 (57’ Sychev 4) Semak 6 Semshov 5 (56’ Bilyaletdinov 5) Zyrianov 5,5 – Arshavin 4 – Pavlyuchenko 5,5

In panchina: Gabulov, Malafeev, Yanbaev, Aleksei Berezutski, Adamov, Ivanov, Shirokov, Bystrov
Commissario tecnico: Guus Hiddink 5,5

Spagna (4-4-2): Casillas 6,5 – Sergio Ramos 6,5 Puyol 6,5 Marchena 6 Capdevila 6 – Iniesta 5 Marcos Senna 6,5 Xavi 6 (69’ Xabi Alonso 6) David Silva 6 – Fernando Torres 5 (69’ Guiza 7) David Villa 5,5 (34’ Fabregas 8)

In panchina: Palop, Reina, Raul Albiol, Fernando Navarro, Santi Cazorla, Sergio Garcia, Arbeloa, Juanito, De La Red
Commissario tecnico: Luis Aragones 6

Arbitro: Frank De Bleeckere (Belgio) 5

Gol: 50’ Xavi, 73’ Guiza, 82’ David Silva
Ammoniti: Zhirkov, Bilyaletdinov (R)


Questa sarà quindi la finale di Euro 2008:

Domenica 29 Giugno:

ore 20.45
Germania-Spagna (Ernst Happel Stadion, Vienna)

giovedì 26 giugno 2008

La Germania soffre tantissimo ma Lahm la porta in finale

Brutta partita della Mannschaft che però approfitta degli errori di una Turchia scriteriata e vince 3-2 dopo un finale da thrilling



Nel mentre le immagini video della regia internazionale facevano le bizze (danke ZDF per aver trovato una via alternativa per proporre il finale di gara, nel mentre la Rai rimaneva con le mani in mano a proporre gli episodi alla moviola: cercare un metodo alternativo alla Rai per seguire un evento non è mai sbagliato), al St Jakob Park di Basilea andava in scena una semifinale davvero illogica, dominata nel primo tempo dal grande dinamismo della Turchia, nella ripresa dalla paura e dagli errori dei portieri, per poi essere decisa proprio al 90’ dalla giocata di quello che era vicino per diventare il peggiore in campo, ovvero Philipp Lahm che passa dall’esser dominato da Sabri Sarioglu (e da Colin Kazim-Richards nel primo tempo) all’essere l’uomo della provvidenza, quello che apre le porte della finale alla Germania. Vittoria forse non meritatissima per la squadra di Joachim Low, che nel primo tempo è stata schiacciata e aggredita dalla forte pressione turca, ma che soprattutto ha deluso molto nella ripresa, quando cioè gli avversari hanno perso freschezza e brillantezza fisica e la Mannschaft doveva comandare le operazioni e imporre il proprio gioco, cosa che non è certo successa. E allora, in un match deciso dagli episodi non poteva che vincere la squadra che storicamente riesce meglio di tutti a far girare dalla propria parte questi episodi, trovando l’eroe del giorno in Lahm in una serata in cui Jens Lehmann l’aveva davvero combinata grossa nel regalare il gol del momentaneo 2-2 alla Turchia e in cui Michael Ballack non è mai entrato in partita, non riuscendo né a rendersi pericoloso in avanti né a dare qualità al gioco della sua squadra. Nonostante tutto, alla fine ad andare in finale (e molto probabilmente da favoriti per la vittoria) è sempre la Germania, che mancava quest’appuntamento agli Europei dal 1996, casualmente l’ultimo anno in cui riuscì a superare la sempre ostica fase a gironi (è evidente che un girone di un Europeo concentra mediamente una qualità maggiore a quello di un Mondiale), involandosi anche lì senza grande brillantezza ma con splendido cinismo alla finale, vinta poi con ulteriore sofferenza contro la Repubblica Ceca. A dir la verità, in questo Euro 2008 una partita davvero convincente la Germania l’aveva mostrata ai quarti contro il Portogallo e non è detto che non riesca a ripetersi anche nel match dell’Ernst Happel di Vienna. Esce dopo aver dato più del massimo una Turchia completamente incerottata (gli elementi disponibili ormai erano davvero pochi a furia di infortuni e squalifiche) e a tratti tanto bella quanto scriteriata nel proprio atteggiamento: la squadra di Fatih Terim ha infatti speso tantissimo nella pressione effettuata nel primo tempo, in cui la Turchia ha ben evidenziato le lacune difensive della Germania ma in cui ha anche rischiato più volte di lasciare grandi spazi in contropiede ai tedeschi, per poi risultare piuttosto affaticati fisicamente nel corso della ripresa, in cui elementi chiave della prima frazione come Colin Kazim-Richards sono decisamente spariti. E’ vero che forse quello era l’unico modo per mettere in difficoltà la Germania, ma accentuare il dinamismo nel primo tempo ha finito per essere deleterio per tutta la ripresa, quando poi Terim non aveva neppure tante alternative in panchina per cambiare la situazione. Proprio per questo motivo, esteticamente la squadra turca s’è fatta decisamente preferire, ma nella sconfitta subita la colpa sta anche nella tattica adottata e sarebbe stato curioso vedere la reazione atletica dei turchi in caso di prolungamento ai tempi supplementari. Di certo, Terim non poteva estrarre molto di più da questa squadra e il cammino della Turchia è già da applausi, considerando anche il modo incredibile in cui le partite precedenti erano state raddrizzate dei finali di gara: anche in questa semifinale il gol del pareggio era arrivato all’86’ e quindi negli ultimi minuti, ma stavolta qualcosa è andata storta e al 90’ la difesa s’è aperta troppo facilmente per consentire alla Germania la rete del definitivo 3-2.

La Germania conferma lo stesso undici che ha vinto brillantemente contro il Portogallo, lasciando in panchina anche l’ormai recuperato Torsten Frings, sostituito nuovamente dalla coppia centrale Rolfes-Hitzlsperger, mediani nel 4-2-3-1 voluto da Joachim Low. La Turchia invece deve forzatamente cambiare il proprio undici titolare, soprattutto a causa della squalifica del talentino Arda Turan e dell’infortunio della punta titolare Nihat Kahveci: il modulo rimane il 4-1-4-1 visto contro la Croazia, ma sulla fascia sinistra gioca Ugur Boral, mentre il centravanti è Semih Senturk. Non c’è posto in avanti per Tolga Zengin, il 24enne portiere del Trabzonspor che Terim aveva provato in allenamento come punta centrale, con quella che molto probabilmente era soltanto una provocazione e nulla di più.

La partita inizia molto lentamente, con la Turchia che dà l’impressione di volersi difendere con quasi tutti gli uomini dietro la linea della palla per poi provare delle ripartenze, ma mai impressione fu più errata perché di fatto gli uomini di Terim vogliono soltanto prendere le misure agli avversari.

In questa fase bloccata, la Turchia riesce comunque a creare due buone chance: la prima arriva al 7’ minuto, con Kazim-Richards che recupera palla a centrocampo e guarda sulla propria destra l’arrivo della sovrapposizione di Sabri Sarioglu per poi provare a far tutto fa solo e cercare la conclusione personale da fuori, con traiettoria però centrale che viene bloccata facilmente da Lehmann.

Un minuto dopo Lahm combina un pasticcio e perde palla in zona molto pericolosa, a riconquistarla è Hamit Altintop che però trova subito l’uscita di Lehmann, pronto a chiudere con il piede sulla conclusione dell’avversario.

La Germania prova ancora a fare manovra ma soffre tantissimo la densità di uomini della Turchia nella metà campo offensiva e non riesce ad essere brillante e ad incunearsi in questa selva di maglie. La Turchia, invece, prende sempre più coraggio e aumenta nell’intensità degli inserimenti offensivi e dei contrattacchi, approfittando dell’eccessiva lentezza dei tedeschi nel far girare il pallone e aggredendo gli avversari con grande tenacia.

I tedeschi faticano tantissimo in difesa: al 13’ Ayhan riprende con troppa facilità una palla vagante all’interno dell’area di rigore e sul fondo alla destra della porta, la difesa tarda a rientrare e il centrocampista turco può appoggiare facilmente all’indietro per Kazim-Richards, il quale calcia subito potente da distanza ravvicinata e colpendo benissimo il pallone, bruciando il possibile tentativo di Lehmann ma colpendo in pieno la traversa. Grossa occasione per la Turchia, con il giocatore del Fenerbahce che era stato bravissimo nella conclusione ma che è sfortunato nel non trovare il gol.

La Turchia ora è in piena pressione e in pieno possesso del gioco, riversandosi nella metà campo avversaria e giocando con grandissimo dinamismo, cercando di attaccare gli avversari con continui inserimenti dei centrocampisti.

In questo modo, la difesa tedesca è smascherata in tutti i suoi limiti e al 22’ si fa trovare ancora una volta troppo ferma, permettendo a Sabri Sarioglu di scambiare con Ayhan dopo una rimessa laterale: il cross di prima del terzino del Galatasaray trova in area di rigore una deviazione beffarda di Kazim-Richards, che colpendo in scivolata crea un involontario e stranissimo pallonetto che scavalca e sorprende nettamente Lehmann ma che finisce sulla traversa. La respinta finisce sui piedi di Ugur Boral che calcia immediatamente, prendendo in controtempo un Lehmann che provava a ripiazzarsi tra i pali e che non trova la coordinazione per respingere il pallone prima che questo varchi la linea di porta, facendoselo passare anche goffamente tra le gambe: è la rete dello 0-1, con la Turchia che passa meritatamente in vantaggio anche se trova il gol in modo fortunoso.

Al primo attacco vero, però, la Germania pareggia: al 26’ Klose è molto bravo nel tenere palla a centrocampo e far risalire la squadra appoggiando per Hitzlsperger, il quale apre sulla sinistra e dà il là alla ripartenza di Podolski, che avanza fino ad arrivare all’altezza dell’area di rigore, punta in uno contro uno Sabri Sarioglu e crossa basso al centro per Schweinsteiger. L’esterno del Bayern Monaco è bravissimo ad andare incontro al pallone prendendo il tempo a Mehmet Topal ma è ancora più bravo nella deviazione di esterno destro che sorprende Rustu e che infila il pallone nell’angolo più lontano, per la bellissima rete dell’1-1.

La partita adesso diventa molto bella perché la Turchia insiste nella spinta offensiva ma rischia di creare una spaccatura tra la propria difesa e il proprio centrocampo, in cui il buon lavoro in sponda e in appoggio di Klose finisce per dare un respiro leggermente diverso agli attacchi tedeschi, che comunque continuano a non essere continui. Terim chiede a Kazim-Richards di giocare più vicino all’unica punta Semih Senturk e di dare più incisività in avanti, visto che sulla destra ci pensa Sabri Sarioglu a dare velocità all’azione e a spingere come un forsennato.

In questo modo, però, il giocatore del Galatasaray lascia delle praterie in difesa, coma accade al 34’: Hitzlsperger lancia ancora una volta la ripartenza di Podolski, che parte da centrocampo e può attaccare a campo aperto ma, arrivato in area, l’attaccante del Bayern Monaco non è freddo nella conclusione perché potrebbe anche piazzare con semplicità il tiro ma decide di alzare la sua traiettoria e manda il pallone a sfiorare la traversa. E’ una grandissima occasione per la Germania, che ha ampi spazi sulla corsia sinistra perché su quella fascia la Turchia appare troppo sbilanciata in avanti.

E’ comunque ottimo il primo tempo di Kazim-Richards, che salta sempre il proprio avversario diretto grazie ad una grande esplosività che così gli permette di crearsi delle buone opportunità e di fare letteralmente impazzire Lahm. La Turchia riesce a giocare con una determinazione pazzesca e ad aprire la macchinosa difesa tedesca anche con gli scambi stretti, anche perché Semih Senturk gioca quasi esclusivamente in fase di appoggio per i compagni, un lavoro che riesce a fare molto bene: la squadra di Terim, così, riesce ad avere continuamente in mano il pallino del gioco.

Al 41’ la Turchia attacca per una volta con un’azione lenta e Kazim-Richards sulla destra va in appoggio per Sabri Sarioglu, il quale dal vertice destro dell’area ha poca pressione e calcia direttamente in porta, mandando il pallone alto di poco.

All’intervallo la Germania opta per una sostituzione forzata, visto che nel primo tempo Rolfes si era fatto malo in uno scontro testa contro testa con Ayhan ed è costretto ad uscire, per l’ingresso di Frings.

Come successo in avvio di primo tempo, anche nella ripresa la Germania inizia a manovrare, ma questa volta riuscirà a tenere il pallino del gioco con più continuità, anche perché la Turchia appare meno esplosiva fisicamente. Nella Mannschaft è sempre buono il lavoro in regia di Thomas Hitzlsperger, mentre Michael Ballack continua a non brillare e a non essere mai incisivo. Sono poco continui invece i movimenti di Bastian Schweinsteiger, il quale tende a stringere verso il centro e non punta mai sulla propria fascia, dove Hakan Balta finisce per non essere mai attaccato seriamente in tutti i 90 minuti.

Le migliori azioni partono dai piedi di Hitzlsperger, che al 51’ apre ancora una volta bene sulla sinistra, dove Lahm sfonda e all’altezza della linea dell’area di rigore viene letteralmente travolto da un intervento in ritardo di Sabri Sarioglu: incredibilmente, l’arbitro Busacca non vede il fallo e non assegna un rigore abbastanza evidente. L’unico dubbio riguarda la posizione di Lahm, che forse al momento del contatto era fuori area, ma il non assegnare questo fallo solare è da perfetti incompetenti: la categoria arbitrale europea è davvero in piena rovina se i Busacca, i Rosetti o i Michel sono i fischietti migliori.

Il ritmo di gara è adesso molto basso, con la qualità di gioco che appare anche decisamente scadente: la Turchia continua a tenere bene il campo e ritorna a manovrare, ma appare decisamente meno incisiva in avanti perché molto stanca dopo il dispendioso primo tempo e perché Kazim-Richards si eclissa totalmente dalla partita e non ripete l’ottima impressione data nei primi 45 minuti, risultando a tratti disastroso in questa ripresa. E’ eccellente invece la prestazione in mediana di Mehmet Aurelio, il quale annulla Ballack e recupera un gran numero di palloni. Adesso che la Turchia è stanchissima dovrebbe essere la Germania a comandare il gioco e ad imporsi, ma la Mannschaft delude decisamente in questa fase perché fa una fatica immensa a fare due passaggi di seguito e ad avanzare con una manovra brillante: secondo logica, i tedeschi avrebbero dovuto approfittare dell’affanno fisico degli avversari per travolgerli sul piano del gioco, ma questo non succede assolutamente.

Il migliore della Germania è sempre Hitzlsperger, che al 73’ scaglia una botta mancina delle sue che diventa devastante nonostante la pressione di Hamit Altintop, con il pallone che va largo di poco, anche se c’è da dire che Rustu era volato bene in tuffo.

Rustu fa molto peggio al 79’: dopo una manovra lentissima e prevedibile, Lahm forza un cross molto lento dalla trequarti, il portiere turco decide di uscire in maniera folle fino all’altezza del dischetto dell’area di rigore e si fa anticipare dallo stacco di Klose, che di testa non ha difficoltà ad insaccare nella porta vuota e nel realizzare il gol del 2-1. Davvero terribile l’errore di Rustu, che bissa la papera con cui aveva regalato a Klasnic il gol quasi decisivo nel quarto di finale contro la Croazia, quando però Semih Senturk riuscì nel miracolo di trovare comunque il pareggio e di portare la partita ai rigori: ancora una volta, l’attaccante del Fenerbahce di rivelerà il suo angelo custode.

La Turchia infatti tenta il tutto per tutto e all’86’ trova l’ennesimo gol nel finale di gara del suo Europeo: Lahm si fa ridicolizzare nello stretto da Sabri Sarioglu, che aggira l’avversario con troppa semplicità e arriva sul fondo per poi cerca il cross basso, la traiettoria finisce per essere troppo stretta ma Lehmann si addormenta e non si accorge che Semih Senturk s’era inserito per anticiparlo nettamente e per toccare alle sue spalle da posizione defilata, realizzando la rete del 2-2. Anche qui c’è un grosso errore del portiere, ma la Turchia sembra aver trovato l’ennesimo miracolo.

Però la squadra di Terim non ha fatto i conti con la voglia di riscatto di Philipp Lahm che al 90’ cancella totalmente una partita che fino a quel momento era stata pessima: il terzino del Bayern Monaco parte da lontano sulla sinistra e riesce ad accentrarsi grazie anche ad uno scivolone maldestro di Kazim-Richards (il quale addirittura si fa male in questa caduta) che gli apre un grande spazio, chiude un bel triangolo di prima con Hitzlsperger e va via incuneandosi benissimo in area per poi battere con freddezza l’uscita di Rustu, mandando il pallone sul sette con il piatto destro e realizzando alla grande il gol del 3-2.

E’ anche la rete che decide la semifinale e che porta la Germania a giocarsi il titolo nella finale di domenica 29: dopo una prova così brutta, la Mannschaft dovrà fare di meglio nella partita di Vienna, dove affronterà una tra Spagna e Russia. Paradossalmente, la squadra più pericolosa potrebbe essere quella di Hiddink, perché concentra il proprio gioco su quegli inserimenti continui dei centrocampisti che in questo match hanno fatto letteralmente impazzire la difesa tedesca, un trend che potrebbe ripetersi qualora fossero i russi ad approdare in finale. In caso di vittoria della Spagna, Mertesacker e Metzelder dovranno stare attentissimi alle accelerazioni di Fernando Torres e David Villa, ma la squadra di Aragones dovrebbe accelerare nettamente il proprio gioco per non rischiare di far uscire fuori la superiore fisicità della Germania.

Finisce qui l’incredibile avventura della Turchia, squadra dimostratasi folle anche in questa semifinale: la squadra di Terim ha sovvertito tutti i pronostici e ha dimostrato che in questi tornei brevi la combattività e la capacità di non mollare mai può essere un’arma fondamentale e vincente.


Germania-Turchia 3-2

Germania (4-4-2): Lehmann 5 – Friedrich 6 Mertesacker 5 Metzelder 5,5 Lahm 6 – Rolfes 5 (46’ Frings 5,5) Hitzlsperger 7 – Schweinsteiger 6 Ballack 4 Podolski 6 – Klose 6,5 (92’ Jansen sv)

In panchina: Enke, Adler, Fritz, Westermann, Gomez, Neuville, Trochowski, Borowski, Odonkor, Kuranyi
Commissario tecnico: Joachim Low 5

Turchia (4-1-4-1): Rustu 4 – Sabri Sarioglu 6,5 Mehmet Topal 5,5 Gokhan Zan 6 Hakan Balta 6 – Mehmet Aurelio 7 – Kazim-Richards 6 (92’ Tumer Metin sv) Hamit Altintop 6 Ayhan 6 (81’ Erding sv) Ugur Boral 6 (84’ Gokdeniz sv) – Semih Senturk 6,5

In panchina: Tolga, Servet Cetin, Emre Belozoglu, Emre Gungor
Commissario tecnico: Fatih Terim 6,5

Arbitro: Massimo Busacca (Svizzera) 4

Gol: 22’ Ugur Boral (T), 27’ Schweinsteiger (G), 79’ Klose (G), 86’ Semih Senturk (T), 90’ Lahm (G)
Ammonito: Semih Senturk, Sabri Sarioglu (T)

lunedì 23 giugno 2008

Tra Spagna e Italia passa la meno peggio… Forse…

Partita orrenda con gli spagnoli a manovrare lentamente e gli italiani a difendersi e solo i rigori fermano lo stallo e assegnano la vittoria alla squadra di Aragones



Meno male che dopo due ore di nenia calcistica arrivano i calci di rigore a salvare la noia e dare qualche emozione: per quanto strano possa essere, i rigori per il calcio sono come il tiebreak per il tennis quando i set sono bloccatissimi e nessuno riesce mai a strappare il servizio all’avversario (fondamentalmente questo accade maggiormente nel tennis maschile piuttosto che in quello femminile, ma questo è un altro discorso), mentre la soluzione punto a punto ravviva un certo interesse per lo spettatore neutrale. La stessa cosa è capitata nella notte di Vienna, notte anche per il calcio che non è entrato in campo, lasciato fuori soprattutto dalla stucchevole e lentissima manovra della Spagna, che sulla carta dovrebbe essere capace di addormentare la difesa avversaria ma che di fatto addormenta soltanto gli spettatori. L’Italia dal canto suo ha rinunciato a fare gioco per quasi tutta la partita (solo nel secondo tempo supplementare si può dire che gli Azzurri ci abbiano davvero provato), giocando col motto “lancio su Toni e pedalare”, gioco che non ha avuto maggiore effetto di quello degli avversari, soprattutto perché a rompere le azioni in mediana c’era il giocatore in migliore serata per la Spagna, ovvero Marcos Senna. E allora, per quello che si era visto in campo entrambe le squadre meritavano di prendere l’aereo ed uscire dal torneo, ma non essendo possibile è giusto assegnare il vincente con i calci di rigore, che hanno premiato la Spagna perché più fredda, mentre hanno punito un’Italia che già era miracolata ad esser arrivata fin qui e non era neppure giusto che andasse oltre. Non che la squadra di Luis Aragones abbia meritato chissà che, anzi: il tiqui-taca tanto voluto dal ct spagnolo è uscito sonoramente sconfitto da questo quarto di finale, perché rivelatosi completamente inoffensivo in 120 minuti in cui la Spagna ha creato le sue (poche) occasioni quando ha deciso di allungare il gioco. Fare passaggini ripetuti non vuol dire stancare la difesa avversaria se questo lavoro non coincide con un ripetuto movimento senza palla di elementi che dovrebbero prepararsi a ricevere la sfera. Invece, la Spagna ha giocato sempre in orizzontale e soltanto raramente ha scoperto l’arma della profondità, diventando stucchevole per lo spettatore e prevedibile per la difesa avversaria, che raramente è entrata in difficoltà: eppure, questa difesa dell’Italia nelle partite precedenti era stata in ambasce proprio quando l’Olanda o la Romania l’avevano attaccata in velocità, soprattutto da quando al centro della difesa giocano due elementi che hanno passato gran parte della carriera a fare i terzini e che non sempre hanno mostrato grande intesa, come Cristian Panucci e il buon Giorgio Chiellini, che comunque in questo match s’è oltremodo impegnato, anche se non è certo un giocatore paragonabile a Nesta o al Fabio Cannavaro che vedevamo fino ad un paio di stagioni fa. Quindi, la Spagna si guadagna la gioia del passaggio del turno, ma sul piano del gioco ne esce totalmente ridimensionata, soprattutto per le scelte a volte folli di Luis Aragones, ct davvero molto discutibile. Per quanto riguarda l’Italia invece c’è poco da aggiungere a quanto detto nel corso del girone, visto che Roberto Donadoni non ha aggiunto nulla al proprio gioco, sempre basato sul lancio lungo e nello sperare che Toni faccia qualcosa, mentre il centrocampo fatica dannatamente a creare gioco, specialmente vista l’assenza di Andrea Pirlo che ha reso ancora più approssimativo il gioco degli Azzurri (sicuramente più pesante la sua assenza rispetto a quella del Gattuso visto in questi Europei). Dopo il “regalo” dell’Olanda (che poi è stato più un regalo della Romania, viste le colpe avute dalla squadra di Piturca nell’ultimo match del girone) e la qualificazione del tutto miracolosa e poco meritata, era lecito attendersi che gli italiani dessero l’impressione di meritare questo miracolo, anche perché due anni fa un “altro miracolo” (tra virgolette, pensando all’estate irripetibile che hanno avuto i vari Materazzi o Grosso) li aveva portati sul tetto del mondo e, appunto, da una squadra Campione del Mondo si ci attenderebbe di più rispetto ad una partita impostata tutta sulla difesa in un quarto di finale di questo livello (sulla carta, visto che il livello in campo è stato basso). Questa volta, il solo Buffon non è bastato e allora solo questo nulla calcistico mostrato dall’Italia può far meritare il passaggio del turno ad una Spagna mediocre, segno perfetto del peggior quarto di finale visto a questi Europei, dietro anche a Croazia-Turchia che almeno ha dato qualche emozione (vedi la traversa di Olic, molto meno casuale del palo “colpito” da Marcos Senna in questo match) in più e qualche segno di annotazione in più, anche prima dell’incredibile botta e risposta al termine dei supplementari. Avanzano le Furie Rosse, apparse più delle lumache visto il ritmo imposto in campo, ma della “MaraVilla” decantata dai media spagnoli dopo il match contro la Russia non s’è visto proprio nulla in questo match: in questo quarto di finale delude di più la Spagna per il semplice motivo che da una formazione impostata solo per difendersi non si ci aspetta certo nulla sul piano dello spettacolo, mentre molto di più dovrebbe fare la squadra che ha in mano il centrocampo e il pallino del gioco e che sulla carta dovrebbe regalare squilli offensivi, cosa che la Spagna non ha fatto.

Dopo aver affrontato la Grecia con una formazione piena di riserve, la Spagna torna alla sua formazione tipo, che è quella senza Fabregas e con il 4-4-2 che vede Fernando Torres e David Villa in avanti. Parlare di formazione tipo per l’Italia è un azzardo, visto che Donadoni propone la quarta formazione stravolta in quattro match di Euro 2008: questa volta, però, il ct è giustificato dalle assenze di Pirlo e Gattuso per squalifica, sostituito rispettivamente (considerando la posizione in campo nel centrocampo a tre) da Ambrosini e Aquilani.

La Spagna inizia subito provando ad aggredire gli avversari per recuperare subito il pallone, ma un’ammonizione data dall’arbitro Fandel ad Iniesta fa passare alle Furie Rosse questa voglia di entrare sempre in modo rude sugli avversari e le Furie Rosse diventano degli agnellini, abili a tenere palla tra i piedi ma incapaci di incidere e di rendere efficace questo possesso: qualche volta la Spagna prova pure a verticalizzare e accelerare, ma i lanci sono sempre troppo imprecisi e poco brillanti. L’Italia cerca sporadicamente qualche accelerazione sulla sinistra con Fabio Grosso e proprio su quella fascia staziona sempre Antonio Cassano, che sulla carta sarebbe la seconda punta, ma che in realtà è costretto a rincorrere sempre Sergio Ramos e non si vede mai in zona offensiva: la scelta di Donadoni sarebbe stata già discutibile con il Sergio Ramos visto di solito del Real Madrid e molto pericoloso nelle incursioni di potenza, ma diventa assolutamente insensata con il Sergio Ramos bloccato e in non perfette condizioni fisiche visto a questi Europei, con il 22enne che infatti supera sporadicamente la metà campo.

Ad accendere la partita e far infuriare gli spagnoli ci pensa l’arbitro al 16’ minuto: David Villa difende palla davanti a Grosso nel vertice destro dell’area, Ambrosini arriva in ritardo nell’intervento e lo atterra in modo abbastanza chiaro, ma l’arbitro Fandel si tappa gli occhi e non assegna un rigore sacrosanto alla Spagna.

Il primo vero tiro ce l’ha l’Italia in una delle sporadiche avanzate: al 19’ Ambrosini va al cross da fermo e dalla fascia sinistra, Perrotta si inserisce da dietro e colpisce di testa ma è troppo lontano dalla porta e non può dare quella potenza che servirebbe per mettere in difficoltà Casillas, il quale blocca facilmente. Questo è uno dei tantissimi cross dalla mediana cercati dall’Italia, in particolare da quella corsia mancina.

Continua ad essere assurda la scelta di Aragones di non puntare su Cesc Fabregas, visto che in regia Xavi ha ancora una volta una prestazione troppa opaca e gioca quasi sempre palla in orizzontale, così a incaricarsi di qualche verticalizzazione è Marcos Senna, il quale però nel gioco di Aragones ha tutt’altro compito, quello di dare equilibrio alla squadra.

Al 25’ la Spagna crea un’occasione che si può chiamare così solo in mancanza di altro in mezzo alla straziante sequenza di passaggi architettata dagli spagnoli: punizione da circa 20 metri leggermente decentrata sulla sinistra, David Villa cerca il palo del portiere ma il tiro radente è anche troppo centrale e per Buffon è uno scherzo bloccarlo.

La partita ha uno spettacolo inesistente, con la Spagna che ha il possesso di campo ma che non fa mai nulla per accendersi in avanti, continuando a giocare sottoritmo senza mai mettere in difficoltà la difesa italiana: di fatto, questa trottola di passaggi degli spagnoli non fa neppure smuovere il muro difensivo dell’Italia, che dal canto suo non ci pensa nemmeno a provare a fare un po’ di gioco. In questo modo, per Fernando Torres e David Villa ci sono pochissimi palloni in profondità, mentre per Luca Toni ci sono da raccogliere soltanto lanci lunghi e casuali.

David Silva si sposta stabilmente sulla fascia destra e al 32’ crea un break, saltando un uomo sul breve e calciando col sinistro radente da fuori area, con il pallone che ha una traiettoria angolata (anche troppo, visto che il replay evidenzia come si sarebbe spento sul fondo) ma Buffon arriva comunque a bloccarlo senza brividi.

Ancora David Silva prova a creare qualcosa al 38’: l’esterno del Valencia si muove arretrandosi e poi accentrandosi al limite dell’area per scagliare un altro sinistro, stavolta con traiettoria ad incrociare. Il tiro radente è buono e il pallone va sul fondo, uscendo non di molto.

Al 42’ un episodio abbastanza comico fa capire come l’arbitraggio di Fandel sia di dubbio gusto: Grosso atterra David Silva proprio qualche centimetro fuori dall’area di rigore e un secondo dopo l’intervento va subito ad indicare come il tocco fosse arrivato oltre la linea dell’area di rigore, talmente era sicuro del fallo commesso. Nonostante la reazione abbastanza sincera dell’italiano avrebbe dovuto aiutarlo, Fandel invece s’inventa un tuffo di David Silva e non fischia nulla in maniera assurda: è davvero tragicomico vedere Grosso indicare il punto dove ha commesso il fallo con l’arbitro che invece glissa inspiegabilmente.

In avvio di ripresa si capisce che la partita non cambierà ritmo neppure per volontà divina e si vede una grande serie di errori individuali, come al 51’ quando Sergio Ramos si intestardisce e perde un sanguinoso pallone a centrocampo che potrebbe far partire il contropiede dell’Italia, che invece riparte lentamente e conclude l’azione con una terribile verticalizzazione di Cassano per Ambrosini. In questo inizio di ripresa anche David Villa e Fernando Torres hanno due buone chance potenziali, ma le sprecano malamente.

Al 59’ Aragones capisce che è l’ora di togliere l’inguardabile Xavi e puntare sulla vitalità di Cesc Fabregas, il quale però entrando dalla panchina sembra rendere meno rispetto a quando gioca da titolare.

Al 61’ su un pallonetto dalla trequarti di De Rossi si scatena una gazzarra in area di rigore spagnola, dove succede di tutto: Toni riesce a rendere imperfetto il tentativo di uscita di Casillas, il pallone rimane in area e Camoranesi prova la conclusione, il portiere spagnolo però riesce a rientrare e salva col piede. Azione orribile tecnicamente, ma specchio fedele della partita.

La Spagna non dà mai sensazione di sicurezza in difesa e continua a giocare senza mai fare del movimento senza palla, elemento fondamentale in un gioco basato sul possesso palla: inoltre, gli spagnoli non accendo mai una combinazione tra le due punte, con David Villa che ci mette del suo non saltando mai l’uomo nell’uno contro uno, neppure in quelle rare volte in cui ha un po’ di spazio. L’Italia continua a difendersi e basta e probabilmente l’unico vero merito dei centrocampisti è quello di fare arrivare pochi palloni facili da giocare per Fabregas nella metà campo offensiva. Poi, in tutto questo orrore si ci infila perfettamente Fandel, che adesso prende di mira David Villa e Luca Toni, non concedendogli più nessun calcio di punizione e, anzi, fischiandogli contro alla minima occasione: va a finire che i due attaccanti sono i più fallosi delle rispettive squadra e nel duello personale vince El Guaje per 5 falli a 4. E’ scorretto dire che questa sia una partita a scacchi tra le due squadre, perché in questo caso ci sarebbe stata decisamente più vitalità tra gli sfidanti, con i due re (metaforicamente parlando) Buffon e Casillas che non vengono mai messi sotto scacco, mentre in tribune il vero Re spagnolo Juan Carlos viene pescato dalle telecamere con un espressione a dir poco annoiata, come tutti del resto: ripensando alla campagna terribile fatta dai media italiani su Olanda-Romania, verrebbe da pensare che il vero “biscotto” sia questa partita se solo non si sapesse già che lo 0-0 non servirebbe a nessuna delle due squadre per il passaggio del turno, tanto era evidente come difficilmente questo match avrebbe visto l’ombra di un gol.

In questo fiume di noia, Marcos Senna prova ad impensierire Buffon all’80 con una punizione da 25 metri battuta a giro, con traiettoria centrale e prevedibile che viene facilmente respinta di pugno dal portiere italiano.

Buffon però corre un brivido un minuto dopo: Marcos Senna va al tiro da fuori che però è molto forzato e va centrale, il portiere però sbaglia la presa bassa e si fa sfuggire il pallone che lentamente va a toccare il palo per poi essere ripreso da Buffon. Questo episodio ricorda moltissimo quella della finale di Usa ’94, quando Pagliuca fece un mezzo errore simile, con la differenza che quella era una presa a mezz’altezza e che il pallone andò a finire sulla traversa: in quel caso, il portiere diede un bacio di ringraziamento alla traversa, in una partita che per bruttezza ricorda molto questo match, così come lo ricorda anche per l’epilogo finale, con lo 0-0 e la sconfitta ai rigori per l’Italia contro il Brasile.

Non si sa se Aragones possa esser confermato sulla panchina della Spagna dopo gli Europei, ma di certo dopo l’85’ minuto gli sarà arrivata un offerta dall’FC Manicomio, visto che incredibilmente fa uscire Fernando Torres per inserire Daniel Guiza: per quanto poco avesse fatto il Niño, il cambio rimane assurdo. Se proprio doveva uscire un attaccante, tanto valeva che uscisse un David Villa molto più spento e a tratti irritante per gli errori commessi, con l’attaccante del Valencia che inoltre stava subendo l’ostilità dell’arbitro.

Lo 0-0 non si sblocca e si arriva ai tempi supplementari, che partono con la più grande occasione dell’intero match: al 93’ David Silva contro una respinta al limite dell’area e calcia subito di potenza, con il pallone che va proprio a sfiorare il palo. Questa è davvero una grande occasione, soprattutto perché probabilmente Buffon non ci sarebbe arrivato.

In questo frangente, anche l’Italia si crea la sua migliore occasione del match, al 95’: Zambrotta per una volta si fa vedere in avanti e trova spazio per il cross dal fondo, Di Natale stacca bene e gira di testa ma Casillas è attento e devia in corner con un buon riflesso. Evidente però l’errore di Charles Puyol, il quale rimane troppo fermo nello stacco e si fa sovrastare da Di Natale, uno che ad occhio e croce non ha propriamente la stessa altezza di Toni.

L’atteggiamento spagnolo diventa via via ancora più irritante visto che ora la squadra di Aragones è poco lucida e reclama rigore ad ogni soffio di vento: Fabregas prova a giocare qualche metro più avanti e verticalizza già maggiormente il gioco, ma David Villa appare in giornata disastrosa e continua a sbagliare tantissimo. L’Italia invece punta sui soliti lanci lunghi per Toni, con il alternativa qualche break centrale di Camoranesi a rompere la monotonia della manovra degli Azzurri. A parte i due portieri, nessun giocatore in campo merita un voto oltre la sufficienza per il basso spettacolo mostrato, a parte le eccezioni di Marcos Senna da una parte e Fabio Grosso dall’altra.

Nel secondo tempo supplementare l’Italia riesce a guadagnare qualche metro, mentre la Spagna prova a colpire in ripartenza e anche in questo caso commette troppi errori, diventando pericolosa solo al 110’: bella verticalizzazione in area di David Silva che crea un buono spazio per David Villa, il quale però sbaglia ancora nel controllo ed è costretto a defilarsi e quando prova la conclusione ha ormai davanti Buffon avanzato in uscita a chiudergli lo spazio.

Di dubbi sul risultato di 0-0 al 120’ ce n’erano pochi e allora si va ai calci di rigore, con la Spagna che calcia per prima ma con l’Italia che dà il primo sussulto in negativo: alla seconda conclusione degli Azzurri, infatti, Iker Casillas si esalta, opponendosi alla grande sul calcio di rigore di De Rossi che aveva giusto la colpa di essere non potentissimo.

Gli altri rigoristi calciano molto bene, fino a quando Guiza arriva sul dischetto per il quarto tentativo spagnolo: l’attaccante del Maiorca tira malissimo, mandando il pallone troppo centralmente e permettendo a Buffon la respinta.

Subito dopo, però, Di Natale pensa bene di imitare lo spagnolo e calcia proprio in fotocopia, con Casillas che riesce a respingere con estrema facilità e tiene in vantaggio la Spagna.

A calciare il rigore decisivo per gli spagnoli non va un giocatore esperto come logica vorrebbe, ma Aragones conferma la sua pazzia mandando Cesc Fabregas a calciare il quinto rigore, che fondamentalmente è spesso quello decisivo: nonostante il catalano sia un giocatore dalla tempra assoluta e dall’esperienza già consolidata, rimane comunque un 21enne e il rischio corso dal ct spagnolo è davvero grande. Fabregas, però, si conferma grande anche in questa occasione, visto che calcia un rigore angolato perfettamente e spiazza pure Buffon, regalando la qualificazione alla sua Nazionale.

La Spagna approda quindi alla semifinale e ad attenderla è la Russia, squadra che le Furie Rosse hanno già affrontato nel loro esordio agli Europei, vincendo anche con un largo 4-1 e con una tripletta firmata da David Villa. Quella, però, era completamente un’altra Russia rispetto a quella vista nei quarti di finale e adesso può contare su un giocatore eccezionale come Andrei Arshavin, che nel match nel girone era assente per squalifica.

L’Italia esce invece con le pive nel sacco e a testa bassa per la serie di brutte prestazioni proposte: evidentemente, i miracoli non accadono ogni estate, o perlomeno non ogni partita.


Spagna-Italia 0-0 (Spagna vince 4-2 ai rigori)

Spagna (4-4-2): Casillas 7 – Sergio Ramos 5 Puyol 5,5 Marchena 6 Capdevila 6 – Iniesta 5 (59’ Santi Cazorla 5,5) Marcos Senna 6,5 Xavi 4 (59’ Fabregas 6) David Silva 6 – Fernando Torres 5 (85’ Guiza 4,5) David Villa 4

In panchina: Palop, Reina, Raul Albiol, Fernando Navarro, Xabi Alonso, Sergio Garcia, Arbeloa, Juanito, De La Red
Commissario tecnico: Luis Aragones 3,5

Italia (4-3-1-2): Buffon 6,5 – Zambrotta 5 Panucci 5,5 Chiellini 6 Grosso 6,5 – Aquilani 5 (108’ Del Piero sv) De Rossi 5,5 Ambrosini 5 – Perrotta 5 (58’ Camoranesi 6) – Toni 5,5 Cassano 4 (75’ Di Natale 4,5)

In panchina: Amelia, De Sanctis, Gamberini, Borriello, Quagliarella, Materazzi
Commissario tecnico: Roberto Donadoni 4,5

Arbitro: Herbert Fandel (Germania) 3

Ammoniti: Iniesta, David Villa, Santi Cazorla (S), Ambrosini (I)

Sequenza rigori:

1-0: David Villa (gol)
1-1: Grosso (gol)
2-1: Santi Cazorla (gol)
2-1: De Rossi (sbagliato: tiro parato da Casillas)
3-1: Marcos Senna (gol)
3-2: Camoranesi (gol)
3-2: Guiza (sbagliato: tiro parato da Buffon)
3-2: Di Natale (sbagliato: tiro parato da Casillas)
4-2: Fabregas (gol)


Questo è il programma delle due semifinali di Euro 2008:

Mercoledì 25 Giugno:

ore 20.45
Germania-Turchia (Sankt Jacob Park, Basilea)

Giovedì 26 Giugno:

ore 20.45
Russia-Spagna (Ernst Happel Stadion, Vienna)

domenica 22 giugno 2008

Arshavin domina in campo, Hiddink stravince nella tattica: la Russia vola

Partita straordinaria della squadra russa che batte con pieno merito l’Olanda e approda a sorpresa in semifinale, dopo la vittoria per 3-1 ai supplementari



Dopo esser stata sottovalutata all’inizio del torneo, la Russia si scopre grande: grande merito va dato a quel mago della panchina che è Guus Hiddink, il quale ne ha combinata un’altra delle sue, tirando fuori il massimo da una squadra che non sembrava neppure competitiva tecnicamente soltanto una decina di giorni fa. Invece, il ct della Russia ha compiuto una grande impresa, eliminando quell’Olanda che è la “sua” Nazionale in uno dei più clamorosi “tradimenti” (parola usata dallo stesso Hiddink nelle dichiarazioni antecedenti al match) della storia del calcio, ma eliminando soprattutto quella che era stata la squadra più bella vista fin qui, e lo ha fatto meritando ampiamente questo successo, vincendo nettamente la sfida con Marco Van Basten sul piano tattico e ricavando più del massimo dai propri giocatori. La Russia vista al St Jakob Park di Basilea è stato un puro spettacolo, anche perché esaltata e trascinata dalle qualità enormi di Andrei Arshavin, autore di un match quasi perfetto: il 27enne si sta imponendo come il migliore talento visto a questi Europei, nonostante abbia saltato le prime due partite per squalifica, ma proprio ricordando quei due match in cui il giocatore dello Zenit San Pietroburgo è mancato si può capire quanto la sua squadra sia cambiata con la sua presenza in campo. Contro la Spagna in particolare la Russia aveva dato una brutta sensazione, giocando anche un discreto calcio in fase offensiva ma sbagliando tanto in fase offensiva e regalando altrettanto con un atteggiamento difensivo pessimo. Sembrava di ritrovarsi davanti una delle squadre meno valevoli di questo torneo, ma invece nel match decisivo del girone contro la Svezia (con Arshavin in campo) è arrivata una prova buonissima sul piano del gioco e una prestazione che è stata ripetuta in meglio in questo quarto di finale, dove davvero la Russia ha fatto impazzire l’Olanda, dominando dal primo minuto e facendo saltare in aria tutti i piani di Van Basten, pressando con continuità la difesa degli Orange fino alle follie finali, quando la terza linea olandese non è riuscita più a reggere e nel secondo tempo supplementare ha concesso delle enormi occasioni che i russi sono stati bravi a sfruttare. E’ incredibile come la presenza in campo di Arshavin sia riuscito a cambiare tutto in questa squadra, ma questo giocatore s’è dimostrato anche contro l’Olanda un vero talento, forse poco in mostra in un campionato come quello russo che non ha la visibilità di altri tornei europei ma che adesso ha attirato una selva di ammiratori, in particolare dalla Premier League: secondo alcune voci, Arshavin si sentirebbe pronto a lasciare per la prima volta San Pietroburgo (che è anche il suo paese nativo) e squadre come Everton e Newcastle si sono subito interessate ad aprire una trattativa, ma la voce più forte sembra collegare il russo all’Arsenal. Chi ha visto le sue giocate, le sue serpentine inarrestabili in tutto il match contro l’Olanda si sarà fatto l’idea di un giocatore da prendere assolutamente, soprattutto perché riesce a divertire il pubblico con giocate mai fine a sé stesse, senza mai eccedere in finte da fermo (come Cristiano Ronaldo di tanto in tanto fa): sicuramente, un elemento come Arshavin in una squadra che gli potrebbe garantire una maggiore visibilità finirebbe per venire considerato uno dei giocatori più ricercati e più forti al mondo. Euro 2008 perde dunque un’altra squadra che s’era fatta ammirare molto nella fase a gironi, ma che è scivolata subito nel primo test ad eliminazione diretta: come Portogallo e Croazia, l’Olanda aveva vinto con anticipo il suo raggruppamento, convincendo tutti con un calcio di ottima qualità, ma questa Russia di Hiddink è stata capace di dominare tatticamente e di rendere inoffensivi gli Orange, pericolosi soltanto su calci piazzati, come nell’occasione del gol dell’1-1 che a fine secondo tempo sembrava aver tolto le castagne dal fuoco. Invece, l’Olanda ha avuto un’alta percentuale di tiri forzati (come si direbbe nel basket), perché la manovra olandese non trovava mai brillantezza negli ultimi metri e i vari Sneijder (10 tiri totali) e Van der Vaart (5 tiri per lui) provavano a trovare il jolly con conclusioni da fuori area senza ritmo che davvero raramente hanno messo in difficoltà il portiere Akinfeev: guardando le statistiche, è interessante vedere come dei 28 tiri olandesi soltanto 3 arrivino da dentro l’area di rigore, sintomo di una grossa difficoltà a penetrare negli ultimi metri, tutto l’opposto della Russia che ha tirato due volte in meno (la statistica Uefa conta 26 tiri totali per i russi) ma che ha avuto un gioco fatto di continui inserimenti in area di rigore e di attacchi in profondità, cosa che ha permesso alla squadra di Hiddink di trovare sempre tiri più pericolosi e di andare al tiro almeno una decina di volta da dentro l’area di rigore. Questa situazione fa davvero tutta la differenza del mondo ed è piuttosto indicativo per capire dove la Russia ha vinto la partita.

Dopo aver fatto riposare i titolari contro la Romania, l’Olanda torna alla formazione titolare, la stessa che aveva abbattuto Italia e Francia nel girone iniziale: Van Nisterlooy va quindi a fare l’unica punta, con alle sue spalle Kuyt, Van der Vaart e Sneijder. La Russia mostra invece un cambio di formazione rispetto all’undici che aveva battuto la Svezia, con Hiddink che inserisce Saenko al posto di Bilyaletdinov, con il giocatore del Norimberga che fa l’esterno destro in quello che è un 4-4-1-1 in cui, però, i due centrocampisti centrali hanno compiti decisamente diversi: se Semshov giostra sempre qualche metro avanti e pronto ad inserirsi, Semak è il mediano basso davanti alla difesa e non si sgancia mai per dare sempre equilibrio alla squadra.

La partita prende subito una piega tattica abbastanza sorprendente, perché già dall’inizio l’Olanda appare molto bloccata e non riesce a prendere il possesso del pallone, subendo un’iniziale pressione della Russia, che punta fin da subito su quella che sarà poi la chiave tattica del match, ovvero i continui inserimenti da dietro dei centrocampisti a puntare l’area di rigore, con Pavlyuchenko che fa grande gioco d’appoggio. In questo inizio, la squadra di Hiddink punta molto sulla corsia di destra, dove Van Bronckhorst sembra in evidente difficoltà contro il dinamismo degli avversari.

La prima occasione arriva al 6’ minuto: punizione dal vertice destro dell’area battuta da Zhirkov cercando direttamente la porta con un tiro a giro a cercare il primo palo che trova Van der Sar pronto in tuffo a deviare in corner.

Le azioni russe sono tutte ben orchestrate, segno di una squadra che ha una propria fisionomia di gioco ben precisa: all’8’ minuto Pavlyuchenko va in sponda in appoggio per Semshov, il quale si inserisce in velocità sulla destra e poi crossa al centro, dove lo stesso Pavlyuchenko si era inserito velocemente trovando anche una certa libertà per il colpo di testa, ma la punta dello Spartak Mosca non riesce a schiacciare e manda alta una grande occasione.

Nel primo quarto d’ora l’Olanda non esce praticamente mai dalla propria metà campo con la palla al piede e le cose non vanno meglio neppure nei minuti successivi, merito di una Russia messa benissimo in campo da Hiddink ma anche per una sorprendente paura degli Orange, totalmente bloccati sulle gambe. La Russia, invece, gioca con la mente sgombra, sapendo di non avere nulla da perdere e manovra lentamente con i difensori per poi provare delle fiammate nella trequarti offensiva: è molto buono l’inizio di Zyrianov sulla sinistra, mentre Arshavin parte lentamente per poi cominciare via a carburare e deliziare la platea. Nell’Olanda, Van Basten decide di spostare Kuyt a sinistra dopo una ventina di minuti per provare ad arginare meglio la Russia su quella corsia, ma il primo tempo di Sneijder è completamente inoffensivo visto che il giocatore del Real Madrid non chiude mai in difesa e non fa molto neppure in fase offensiva. Per Van Nisterlooy, così, ci sono pochissimi palloni giocabili.

E’ davvero sorprendente la capacità dei russi di attaccare sempre molto bene gli spazi offensivi: al 31’ Zyrianov porta avanti un contropiede sulla sinistra e serve Arshavin, che defilato in area di rigore va in uno contro uno da fermo contro Ooijer e poi tira col piatto destro cercando l’angolo lontano, ma Van der Sar si distende bene e devia in corner la conclusione bassa e molto insidiosa.

In precedenza si era detto di una Russia brava a prendersi molti tiri da dentro l’area di rigore, ma i russi sono insidiosi anche quando calciano da lontano, perché raramente il tiro è forzato: succede dopo corner successivo che viene respinto e controllato sulla trequarti da Kolodin, il quale non viene aggredito dagli avversari e va a cercare la botta da 30 metri, colpendo bene il pallone per trovare potenza e precisione e Van der Sar deve ancora impegnarsi per alzare in corner.

Continua la pressione russa, perché dopo il susseguente corner ancora Kolodin cerca il bis, stavolta da appena dentro il centrocampo trovando ancora buona potenza e mandando il pallone alto di poco.

Quello della Russia è davvero un ottimo calcio, con Arshavin che continua a crescere e svaria molto sulla sinistra, trovando spesso una situazione vantaggiosa quando può puntare in uno contro uno un giocatore più lento come Ooijer. Il gioco inizia sempre sulle fasce con trame brevi e veloci, che aprono spazi e poi permettono di accentrare l’azione con la difesa già collassata ed è una situazione che fa soffrire moltissimo la difesa olandese, con gli Orange in piena difficoltà anche con i mediani, con De Jong in particolare che non riesce proprio a scuotersi ed è dominato da Semshov.

Van Nisterlooy capisce che deve darsi molto da fare e al 37’ si incarica della prima risposta olandese, ricevendo palla appena dentro l’area e spalle alla porta per poi girarsi verso il destro e calciare immediatamente, con Akinfeev che però è attento e respinge.

Dopo l’intervallo nell’Olanda esce Kuyt (che comunque non era certo stato uno dei peggiori nel primo tempo degli Orange) per l’ingresso di Robin Van Persie, il quale va a destra con Sneijder a tornare a sinistra: Van Basten si affida all’attaccante dell’Arsenal per trovare più pericolosità offensiva e continuità nella manovra, ma anche in questo caso la Russia non si lascia intimorire e continua a fare il proprio gioco.

Van Basten prova ad inserire anche Heitinga per Boulahrouz e proprio dalla fascia del neo entrato arriva l’azione del vantaggio russo al 56’: il neoacquisto dell’Atletico Madrid non può nulla sulla grande combinazione sulla sinistra tra Arshavin e Semak che permette a quest’ultimo di crossare di prima e basso al centro, Mathijsen è in ritardo nella marcatura su Pavlyuchenko, il quale va incontro al pallone e tocca bene verso l’angolino basso con il piatto sinistro al volo, non permettendo neanche il tentativo di intervento a Van der Sar e realizzando la rete dello 0-1. Vantaggio strameritato dai russi, che arriva anche con un’altra azione ben congeniata.

Al 62’ l’Olanda ha già finito i cambi, visto che Van Basten si gioca il tutto per tutto togliendo Engelaar per inserire Afellay, il quale va a fare l’esterno sinistro con Sneijder trequartista e Van der Vaart in mediana.

Gli Orange sono veramente pericolosi solo su calcio piazzato: al 65’ c’è un corner dalla destra battuto lungo da Van der Vaart, Akinfeev esce a vuoto e sul secondo palo Van Persie cerca il colpo di testa ma non trova lo spazio per pescare lo specchio della porta e manda alto.

Finalmente arriva la reazione dell’Olanda ma è anche troppo confusa e l’azione finisce sempre per imbottigliarsi al centro: Van der Vaart comincia ad intestardirsi e a cercare giocate troppo difficili, perdendo brutti palloni. La Russia continua a fare molto bene, chiudendo tutti gli spazi e pungendo molto in contropiede, con Arshavin che fa impazzire tutti gli avversari, in particolare quando svaria sulla sinistra.

Quello che sorprende è che la Russia riesce a chiudere e ammassare bene gli spazi, ma in contropiede spinge con molti uomini a creare delle chance importanti, come al 70’: bell’azione e inserimento in area di Anyukov su un pallone volante di prima di Pavlyuchenko, il terzino cerca di prendere in controtempo Van der Sar con un tiro da posizione defilatissima ma il portiere in qualche modo riesce a salvarsi.

L’Olanda si sbilancia e lascia buchi enormi in difesa e la Russia ha il demerito (l’unico della propria partita) di non chiudere dei contropiede potenzialmente pericolosissimi che avrebbero potuto anche chiudere il match, sbagliando anche occasioni ghiottissime in superiorità numerica. Van Basten le prova tutte ma gli Orange non riescono ad aprire la chiusissima difesa russa perché hanno una scarsa fluidità di manovra e non trovano neppure grandi giocate individuali: Van Persie nel finale ha maggiori compiti di accentramento ma è molto impreciso, così come lo stesso Afellay non riesce quasi mai a superare Anyukov in uno contro uno. La Russia non soffre particolarmente dietro e tiene bene, concedendo soltanto tiri da lontano che non sono mai insidiosi.

Un buon tiro da fuori arriva però all’80’: Sneijder riceve palla sui 25 metri, la difesa per una volta scala lentamente in marcature e il giocatore del Real Madrid ha spazio per il tiro, scagliandolo con potenza e mandandolo alto davvero di un soffio, con Akinfeev che avrebbe potuto farci poco.

Il pareggio arriva sull’unica situazione in cui la difesa russa soffre gli olandesi, le palle da fermo: all’86’ c’è una punizione dalla fascia sinistra battuta da Sneijder, la difesa scala male e Ignashevich da pochi passi dalla porta è fuori tempo nell’intervento, alle sue spalle Van Nisterlooy ne approfitta subito e segna di rapina deviando di testa da poco più di un metro, realizzando la rete dell’1-1. L’ambiente del St Jakob Park si accende, con l’Olanda che tira un grosso sospiro di sollievo, visto che stava anche giocando male e prolungare lo stesso la partita ai supplementari per scongiurare la sconfitta è già un risultato importante.

Al primo minuto di recupero, poi, arriva anche il giallo arbitrale, che a questi Europei non manca mai, con la terna arbitrale comandata da Lubos Michel che è ancora a piede libero dopo il terribile arbitraggio di Francia-Italia e ne combina un’altra: Sneijder tiene in campo il pallone sulla linea di fondo e Kolodin interviene in ritardo affondandolo, meritandosi così il secondo cartellino giallo e la conseguente espulsione. Tutto sarebbe sacrosanto ma questa terna arbitrale è ben abituata ad essere oscena e il guardalinee richiama l’arbitro e gli fa rimangiare tutto, inventandosi che il pallone era uscito dalla linea di fondo: la palla, invece, era rimasta in campo di almeno un metro e la terna commette un errore davvero incredibile, con Kolodin che rimane in campo miracolato da “San Michel”.

Si va così ai supplementari, dove le due squadre mostrano subito l’intenzione di volersela giocare e di non starsene con le mani in mano ad aspettare i rigori, cosa che purtroppo succede spesso negli extratime. Nonostante la fatica dei 90 minuti, la Russia continua a giocarsi le proprie carte con gli inserimenti continui dei centrocampisti, tenendo maggiormente palla ma risultando un paio di volte imprecisa nelle conclusioni, dopo che si era creata bene lo spazio per il tiro. L’Olanda invece si affida più alle giocate degli elementi offensivi e continua a faticare a trovare un gioco di squadra.

Al 93’ è ancora Van Nisterlooy a crearsi una buona occasione, controllando ancora il pallone spalle alla porta per poi girarsi a svincolarsi dalla marcatura di Kolodin e calciare a giro dal limite dell’area, mandando il pallone alto di poco con Akinfeev che controllava forse con troppa disinvoltura.

Le cose più belle però le fa vedere ancora la Russia, sintomo di una superiorità inaspettata: al 97’ Pavlyuchenko controlla un pallone largo sulla sinistra e punta Ooijer per accentrarsi fino al vertice dell’area di rigore e calciare potentissimo verso l’angolo più vicino, battendo Van der Sar ma trovando una sfortunata traversa a negargli un gran gol, visto che il pallone era diretto proprio all’incrocio dei pali.

Se la Russia è insidiosa con quasi tutti gli uomini, con Arshavin è assolutamente spettacolare: al 99’ il fantasista dello Zenit San Pietroburgo se ne va da solo dalla trequarti saltando secco Van Bronckhorst per avanzare e saltare nettamente anche Sneijder in area di rigore per andarsene via defilato sulla destra, Mathijsen deve scalare a coprire e lasciare libero al centro Torbinski che è servito col tempo giusto dal servizio di Arshavin che gli concede una grandissima palla gol, ma il giocatore della Lokomotiv Mosca dall’area piccola calcia troppo centralmente e debole, permettendo a Van der Sar di salvare. Grande errore di Torbinski, ma Arshavin ha ancora la forza per fare azioni personali di questo tipo e di avere questa lucidità nel giocare il pallone: davvero fenomenale quello che riesce a fare il trequartista russo.

Si va al secondo tempo supplementare con il risultato di parità, ma la difesa olandese via via fatica sempre maggiormente, perché dopo oltre 100 minuti di pressione dei centrocampisti non riesce più ad essere lucida e viene sfondata con continuità, da una Russia che invece ha una brillantezza pazzesca: la condizione fisica della squadra Hiddink le permette di attaccare sempre con 5 o 6 uomini, ma poi rientrare in tempo per essere compatta e coprire gli spazi. Così, nel secondo tempo supplementare è la Russia a schiacciare gli avversari, continuando ad attaccare benissimo gli spazi.

Ormai è chiaro da qualche minuto che la terza linea olandese è in totale affanno e al 112’ commette l’errore decisivo: Arshavin va via defilato sulla sinistra e trova il fondo dall’interno dell’area di rigore e crossa in modo beffardo, colpendo anche leggermente di esterno e scavalcando Van der Sar con una traiettoria strettissima, da pochi passi ne approfitta Torbinski che trova in qualche modo la deviazione nella porta sguarnita per realizzare la rete dell’1-2. La Russia trova il logico vantaggio, con un’azione che evidenzia come la difesa dell’Olanda sia ormai in bambola per la pressione avversario: Ooijer tentenna troppo nel chiudere Arshavin, Van der Sar dorme sul cross e Van Bronckhorst rimane a guardare Torbinski che appoggia in rete.

Ad Arshavin mancava solo il gol per completare una prestazione stratosferica: al 116’ Anyukov batte una rimessa laterale lunga in profondità, Heitinga si addormenta e non segue il taglio da sinistra di Arshavin che prende alle spalle Ooijer e riceve palla direttamente dalla rimessa per poi avanzare un paio di metri e calciare basso con il destro, Van der Sar si fa passare il pallone tra le gambe e arriva la rete dell’1-3 che chiude ogni speranza olandese.

La Russia ottiene così una meritatissima vittoria e passa il turno dopo aver dominato il quarto di finale, attendendo ora la vincente della sfida tra Spagna e Italia per poi continuare a sorprendere anche nel prossimo turno: con Hiddink in panchina nulla è impossibile.

Van Basten subisce una vera lezione di tattica dal ct avversario e quell’Olanda che era stata splendida nel girone iniziale si ritrova ad uscire dopo esser stata demolita da un avversario che sulla carta era molto inferiore: più che il risultato, è il dominio subito dagli Orange a sorprendere in modo particolare.


Olanda-Russia 1-3 dopo tempi supplementari

Olanda (4-2-3-1): Van der Sar 4,5 – Boulahrouz 6 (54’ Heitinga 4) Ooijer 3 Mathijsen 4,5 Van Bronckhorst 4 – De Jong 3 Engelaar 5 (61’ Afellay 5) – Kuyt 6 (46’ Van Persie 4,5) Van der Vaart 4 Sneijder 3,5 – Van Nisterlooy 6

In panchina: Timmer, Stekelenburg, De Zeeuw, Robben, Melchiot, Bouma, De Cler, Huntelaar, Vennegoor Of Hesselink
Commissario tecnico: Marco Van Basten 3

Russia (4-4-1-1): Akinfeev 6,5 – Anyukov 7 Ignashevich 6,5 Kolodin 6,5 Zhirkov 7 – Saenko 6 (81’ Torbinski 6) Semshov 7 (69’ Bilyaletdinov 6,5) Semak 7,5 Zyrianov 7 – Arshavin 9,5 – Pavlyuchenko 8,5 (115’ Sychev sv)

In panchina: Gabulov, Malafeev, Vasili Berezutski, Yanbaev, Aleksei, Berezutski, Adamov, Ivanov, Shirokov, Bystrov
Commissario tecnico: Guus Hiddink 10

Arbitro: Lubos Michel (Slovacchia) 5

Gol: 56’ Pavlyuchenko (R), 86’ Van Nisterlooy (O), 112’ Torbinski (R), 116’ Arshavin (R)
Ammoniti: Boulahrouz, Van der Vaart, Van Persie (O), Kolodin, Zhirkov, Torbinski (R)

sabato 21 giugno 2008

Le follie dell’Imperatore Terim

La Turchia accede in semifinale eliminando la Croazia ai rigori dopo un incredibile botta e risposta negli ultimi due minuti dei supplementari



Sarebbero stati 120 minuti riassumibili con la semplice parola “noia” fino all’incredibile epilogo dei supplementari: la Croazia favorita, infatti, faticava a fare gioco e a creare occasioni vere dopo la clamorosa traversa colpita nel primo tempo da Ivica Olic, ma proprio al 119’ minuto un pasticcio del portiere turco Rustu Recber aveva regalato ai croati il gol all’apparenza decisivo, realizzato tra l’altro da Ivan Klasnic, uno che in questi due anni ne ha passate sul serio di tutti i colori. Tutti a pensare già al titolo da favola, un uomo che riesce ad uscire dai gravi problemi di salute, da due trapianti di rene (il primo rene era stato rigettato dall’organismo e diventò obbligatoria un’altra operazione) e un lungo periodo di stop per poi arrivare agli Europei e firmare il gol decisivo per lo storico accesso della Croazia alla semifinale di Euro 2008. Invece no, dall’altra parte c’è sempre la Turchia, la squadra più folle delle 16 arrivate ad Austria e Svizzera: gli uomini di Terim, dopo essersi difesi per buona parte del match, trovano la forza per gettarsi in avanti e proprio all’ultimo secondo del recupero trovano la zampata vincente con Semih Senturk, con una conclusione imprevedibile per il portiere avversario che tarpa le ali ad una Croazia che già si sentiva in semifinale e che invece è stata ritirata giù ad un centimetro dal traguardo. Ai rigori non c’è stata storia: i ragazzi di Bilic erano troppo colpiti psicologicamente per risultare freddi dal dischetto, quelli di Terim sapevano di non aver più nulla da perdere e hanno avuto la calma necessaria per realizzare tutte le loro conclusioni, regalando alla Turchia un clamoroso accesso ai quarti di finale. Il tutto diventa ancora più incredibile se si considerano anche le altre rimonte effettuate dai turchi nel loro girone iniziale: dopo la sconfitta contro il Portogallo, la Svizzera era stata regolata da un gol di Arda Turan al 92’ minuto (anche lì vittoria in rimonta, col gol di Yakin che era stato pareggiato al 57’ da Semih Senturk), mentre il meglio di sé la Turchia l’ha dato contro la Repubblica Ceca nella partita decisiva per la qualificazione, quando fino al 75’ era sotto di due gol e poi ha completato la rimonta grazie alle reti di Nihat all’87’ e all’89’, reti che sono valse rispettivamente il pareggio e il sorpasso decisivo. E allora questa non può più esser considerata semplice fortuna, ma è il frutto di una forza d’animo incredibile di questo gruppo, capace di lottare fino all’ultimo secondo e di non darsi mai per vinto, di gettarsi anche disperatamente all’ultimo pallone e di risalire a galla quando tutto sembra preannunciare l’uscita di scena di questa Turchia davvero folle. E allora in semifinale ci arriva la protagonista più attesa, una Turchia che non era mai arrivata nella sua storia a questo punto degli Europei e che sta ripetendo i fasti dell’estate del 2002, quando con Senol Gunes in panchina si classificò al terzo posto nei Mondiali di Giappone e Corea del Sud: il segreto di questa squadra è anche quello di avere giocatori piuttosto polivalenti, che permettono a Terim di schierare una marea di moduli tattici anche all’interno dello stesso match e che rende impossibile prevedere formazione e schema di gioco della Turchia prima del match. Questo ha permesso ai turchi di riuscire a creare sempre un effetto sorpresa verso gli avversari, anche se per la semifinale l’impresa si farà più ardua, sia perché la Turchia dovrà affrontare una squadra molto abituata a questi appuntamenti decisivi come la Germania, ma soprattutto perché già è certo che le assenze saranno abbastanza numerose: avendo un numero incredibile di diffidati (nella formazione titolare, soltanto tre giocatori non erano già stati ammoniti nei precedenti match), le ammonizioni di Rosetti faranno scattare la squalifica per Arda Turan, Tuncay Sanli e Emre Asik, elementi (soprattutto i primi due) di grande rilievo tattico per la squadra. Esce di scena invece la Croazia, che non ha saputo esprimere il calcio che voleva, s’è fatta imbrigliare dalla tattica difensiva degli avversari e ha portato troppo alla lunga la partita, smascherando anche una certa dose di paura che ha bloccato le gambe di qualche giocatore. Nonostante ciò, la squadra di Slaven Bilic era stata capace a sbloccare il match proprio nella fase finale dei supplementari e sentirsi già proiettata ai quarti di finale, ma la Turchia è stata brava e fortunata a trovare quella traiettoria pazzesca al suo secondo tiro in porta (il primo era stato scagliato da Tuncay all’8’ minuto ed era stato tutt’altro che indimenticabile) e a regalare ai croati una clamorosa beffa finale. Le lacrime dei giocatori croati (Srna su tutti) sono davvero giustificate, perché quello che è accaduto all’Ernst Happel ha qualcosa di illogico e impensabile: è da immaginare anche l’amarezza del ct Bilic, che dopo aver costruito una squadra così forte e promettente ha visto sciogliersi tutto per un tiro anche un po’ casuale al 122’ minuto. Un altro rammarico riguarda un assente importante: Ivica Olic è un giocatore generosissimo ma che sbaglia anche tanto e chissà come sarebbe finita se al suo posto ci fosse stato Eduardo Da Silva, il bomber croato nelle qualificazioni che a Febbraio s’è rotto una gamba, spegnendo così il proprio sogno di partecipare ad Euro 2008.

Dopo il match ininfluente vinto contro la Polonia, la Croazia torna alla propria formazione titolare e ripresenta il 4-4-1-1 con cui è stata battuta la Germania, con Kranjcar alle spalle della punta Olic. Diverse novità ci sono invece (come al solito) nella Turchia, che opta per il 4-1-4-1 con Hamit Altintop avanzato a centrocampo a formare la coppia di interni con Tuncay, mentre Sabri Sarioglu va a fare il terzino destro.

Il primo tentativo del match arriva al 5’ minuto: la Turchia lotta tenacemente su un pallone sulla trequarti e Tuncay riesce a farlo scorrere per Hamit Altintop, il quale tenta la conclusione da fuori ma colpisce male e manda largo.

La Turchia inizia con maggiore pressione offensiva ma attacca anche con grandissima confusione, andando di fatto ad intasarsi da sola gli spazi con un gioco troppo diretto verso il centro. La Croazia fatica molto a prendere campo ed in questo inizio si rende pericolosa solo con una fiammata solitaria sulla solita corsia di sinistra, quella che la squadra di Bilic riesce sempre a sfruttare bene, ma Hakan Balta anticipa bene il possibile tap-in di Olic a porta semivuota sul cross di Rakitic.

La bella azione croata rischia di rimanere isolata, ma al 19’ la Croazia riesce a rifarsi viva in avanti e a crearsi una clamorosa occasione da rete: Srna verticalizza per Modric, il quale passa troppo facilmente in mezzo a Mehmet Topal e Hakan Balta ed entra sulla destra dell’area di rigore per poi crossare basso verso il centro, il pallone supera il tentativo d’intervento di Gokhan Zan e Olic va a colpire in scivolata dall’area piccola e a porta ormai sguarnita ma clamorosamente colpisce la traversa, sciupando una colossale palla gol. L’attaccante dell’Amburgo è un ottimo attaccante di fatica e dalla grande corsa, ma proprio questo tipo di gioco finisce per pesare sulla sua lucidità sotto porta.

Comincia a funzionare con più continuità la corsia mancina per la Croazia, con le partenze da lontano di Pranjic che cominciano a mettere in seria difficoltà Sabri Sarioglu, anche perché Kazim-Richards non rientra bene a supporto del compagno e lo lascia in una situazione svantaggiosa di due contro uno, considerando che su quella corsia spinge sempre Rakitic per poi tagliare verso il centro: in questo modo, adesso è la Croazia a spingere con più continuità, a riprendere possesso del centrocampo e a trovare una maggiore profondità. La partita si mantiene comunque a ritmi bassissimi, con soltanto qualche fiammata ad accelerarla.

Le occasioni sono pochissime, ma a mettere un po’ di pepe alla partita si ci mette un probabile errore dell’arbitro Rosetti: al 37’ Tuncay prova a scavalcare Simunic in pallonetto per entrare dal versante destro dell’area, ma il difensore dell’Herta Berlino lo ferma in modo goffo, allungando il braccio e opponendosi poi con il corpo. Nulla di criminale, ma questo poteva essere un fallo da calcio di rigore.

La Turchia rimane in zona offensiva e un minuto dopo va vicinissima al vantaggio: Mehmet Topal vede spazio davanti a sé e carica la botta da 30 metri cercando il palo più lontano, Pletikosa vola ma non riesce ad arrivarci e il pallone esce fuori di pochissimo. Davvero grande conclusione del turco, che per poco non trova il jolly per rompere gli equilibri di un match bloccatissimo.

Se nel primo quarto d’ora s’era vista una Turchia più in palla e successivamente una Croazia tornata ad essere superiore, l’ultimo quarto d’ora della prima frazione è tutto sul filo dell’equilibrio eccessivo e del ritmo inesistente, che finisce anche per rendere banale il gioco di coloro che dovrebbero accendere invece la partita con la loro fantasia, in particolare Kranjcar nella Croazia e Arda Turan nella Turchia, entrambi ingabbiati dalla troppa paura delle due squadre.

In avvio di ripresa la Croazia ha una grossa occasione, ma l’azione ha poco di calcistico: al 51’ tutto parte da un lancio lungo dei croati, Gokhan Zan va al retropassaggio per il portiere ma lo calcola male e lo manda troppo corto permettendo ad Olic di inserirsi per poi cercare il pallonetto su Rustu, riuscendo a superarlo ma trovando anche lui una traiettoria troppo corta. Emre Asik va a tentare di salvare ma invece di allontanare il pallone lo liscia di testa e dalla linea di fondo Olic lo riesce nuovamente a toccare verso il centro, fin quando arriva Hakan Balta a spazzare tutto e a mettere fine a questa sagra dell’orrore: davvero un’azione assurda.

Al 57’ la Croazia si propone in un’azione lenta sulla trequarti ma Rakitic riesce ad accelerarla vedendo l’inserimento di Kranjcar in mezzo alla difesa avversaria e servendolo, ma il giocatore del Portsmouth arriva al limite dell’area per poi calciare senza dare angolo alla propria conclusione e Rustu può bloccare.

Terim dà più libertà di azione ad Arda Turan, permettendogli di accentrarsi con più continuità, ma la Turchia rimane molto bloccata a chiudere gli spazi agli avversari, con la Croazia che fatica a trovare brillantezza: Niko Kovac e Luka Modric tengono bene il campo ma non riescono a far alzare il ritmo al proprio gioco, in una partita che rimane lentissima.

I due tecnici provano a cambiare qualcosa: al 61’ esce un inesistente Kazim-Richards per l’ingresso di Ugur Boral, che fa a fare l’esterno mancino a centrocampo con Arda Turan spostato a destra.

Nella Croazia al 65’ esce un anonimo Kranjcar per l’ingresso di Petric, il quale però non va a fare la seconda punta ma rimane a fare il trequartista in un 4-2-3-1 che vede gli esterni leggermente più avanzati.

La Turchia riesce a reggere difensivamente e a rendere lente le manovre croate, ma di suo la squadra di Terim non fa nulla in attacco, con Nihat che corre moltissimo a vuoto, mentre Tuncay e Hamit Altintop sono più impegnati a rincorrere gli avversari che ad aiutare la propria punta: in questo modo, Nihat non riesce mai a tentare un tiro in tutta la partita. Nella Croazia, Olic continua a correre tantissimo ma sono anche tanti i suoi errori per mancanza di lucidità, mentre Pranjic e Rakitic non riescono più a sfruttare la fascia sinistra come accaduto in qualche fase del primo tempo.

Al 70’ è proprio Rakitic a rendersi insidioso con un taglio centrale che apre la difesa per poi effettuare un triangolo con Olic, il quale di prima gli apre lo spazio per la conclusione ma il giocatore dello Schalke 04 conclude malissimo e manda molto alto da buona posizione.

Al 76’ Terim opta per un cambio un po’ a sorpresa, visto l’atteggiamento della sua squadra: esce infatti il mediano Mehmet Topal per l’inserimento della punta Semih Senturk, che modifica il modulo in un 4-4-2 con Hamit Altintop e Tuncay (uno che in realtà sarebbe un attaccante ma che in questa Turchia fa tutti i ruoli possibili) in mediana.

Nel finale il tema rimane il solito: ritmi bassi, Croazia a fare gioco e Turchia a difendersi. In questo modo, proprio i croati trovano una buona chance su palla da fermo, all’84’: punizione da 25 metri e defilata sulla sinistra che Srna batte a giro cercando l’incrocio dei pali protetto da Rustu, che ha una buona reazione e devia in corner la traiettoria precisa.

Stupisce come all’89’ minuto la Croazia mandi soltanto quattro uomini a saltare in area di rigore su un calcio d’angolo, segno di come anche i croati abbiano paura di subire il gol decisivo in contropiede. Un minuto più tardi, però, la squadra di Bilic crea un’altra buona chance: Modric scambia bene con Srna ed entra in area di rigore sulla destra per crossare basso, Olic interviene e devia il pallone in scivolata ma il suo tentativo è troppo centrale e Rustu blocca in due tempi. E’ evidente come l’attaccante croato finisca il match boccheggiando dalla fatica, ma Bilic lo fa rimanere ancora in campo.

Si va ai tempi supplementari e nella prima frazione è la Turchia a tenere più possesso palla e creare un mezzo pericolo grazie a Tuncay, autore di una partita davvero generosissima perché di fatto è il giocatore più arretrato nel centrocampo turco, cercando anche di proporsi in fase offensiva.

Al 97’ arriva la tardiva sostituzione di Olic, per l’inserimento di Klasnic.

La Turchia prova a rendersi insidiosa: al 100’ Modric e Niko Kovac sono troppo statici al limite dell’area dopo una rimessa laterale, Nihat riesce a far scorrere il pallone per Semih Senturk che calcia immediatamente, mandando alto anche se non di molto.

La squadra turca sembra avere maggiori energie e al 102’ riesce a portare avanti un buon pallone, Tuncay lo controlla dal limite e da posizione centrale calcia basso cercando l’angolo sinistro della porta ma colpisce un po’ sporco e manda larga di poco la sua conclusione.

Nel secondo tempo supplementare è invece la Croazia a distendersi in avanti con più continuità, ma sempre con poco coraggio: inoltre, i croati fanno molta fatica con i due difensori centrali che soffrono il dinamismo di Nihat e Semih e più volte rischiano il pasticcio, con Simunic in particolare che evidenzia grosse insicurezze.

Al 117’ arriva una brutta notizia per la Turchia: Nihat si fa male al muscolo di una coscia calciando una punizione ed esce per lasciare spazio a Gokdeniz e le sue condizioni saranno da verificare.

La partita sembra ormai diretta ai calci di rigore ma al 119’ Rustu la combina grossa: il portiere turco esce alla Nikopolidis (emulando il greco nella papera con cui regalò l’1-0 alla Russia nella fase a gironi) su una palla che sta per uscire dopo un rimpallo ma che rimane corta, Modric riesce ad anticiparlo per tenere vivo il pallone e poi girarsi a crossa prima che il portiere torni in porta, trovando anche precisione nel traversone per Klasnic che di testa anticipa Gokhan Zan, colpisce nella porta sguarnita e prende in controtempo un Rustu in corsa disperata, realizzando la rete dell’1-0.

Sembra chiusa la partita, ma con la Turchia non si può mai dire mai: l’arbitro segnala un minuto di recupero e quando il cronometro sta per scoccare il minuto 121 Rustu va al lancio disperato verso l’area di rigore, Simunic pasticcia e non riesce a respingere bene, la palla rimane vagante in area e Semih Senturk riesce a calciare di sinistro trovando clamorosamente l’incrocio dei pali, con Pletikosa che non può che restare fermo. E’ la rete dell’1-1 che arriva proprio all’ultimo momento possibile e che riapre la partita, portandola ai calci di rigore.

Nella sequenza dei rigori domina la condizione psicologica delle due squadre: calcia per prima la Croazia con il rigorista Modric, che manda largo sulla destra il proprio tiro basso a cercare l’angolino, dando subito un potenziale vantaggio alla Turchia.

Il primo a calciare per la Turchia è Arda Turan, che conclude male e centrale, Pletikosa però devia soltanto e non riesce a neutralizzare la conclusione: sembra allora scritto che tutto debba andare bene alla Turchia.

Al terzo rigore croato arriva la nuova conferma, visto che Rakitic imita Modric nella conclusione e nell’errore, con la sola differenza che il fantasista dello Schalke 04 calcia sulla sinistra.

Per la Croazia non c’è via d’uscita e addirittura al quarto rigore Rustu si esalta respingendo il tiro di Petric, facendosi in parte perdonare l’erroraccio sul gol di Klasnic e dando la certezza del passaggio del turno della Turchia.

La squadra di Terim continua quindi a stupire sia per i risultati raggiunti sia per il mondo in cui questi arrivano: adesso sarà difficilissimo ripetersi contro la Germania, ma la squadra di Low dovrebbe ormai sapere che contro la Turchia una partita non è mai chiusa e che non può distrarsi un attimo.

Grande delusione invece per la Croazia, che realizza soltanto un rigore su quattro tentativi, segno di una condizione psicologica davvero pessima dopo aver subito in quel modo il pareggio. I croati però hanno una buona squadra e notevoli margini di crescita e possono pensare di rifarsi già dalle qualificazioni per i Mondiali 2010.


Croazia-Turchia 1-1 dopo tempi supplementari (Turchia vince 3-1 ai rigori)

Croazia (4-4-1-1): Pletikosa 6 – Corluka 6 Robert Kovac 6 Simunic 5 Pranjic 6 – Srna 5 Niko Kovac 5,5 Modric 6,5 Rakitic 6 – Kranjcar 5 (64’ Petric 5) – Olic 5,5 (97’ Klasnic 7)

In panchina: Galinovic, Runje, Simic, Vejic, Vukojevic, Kalinic, Pokrivac, Knezevic, Leko
Commissario tecnico: Slaven Bilic 6

Turchia (4-1-4-1): Rustu 6 – Sabri Sarioglu 6 Gokhan Zan 6 Emre Asik 6,5 Hakan Balta 6 – Mehmet Topal 5,5 (76’ Semih Senturk 7) – Kazim-Richards 4 (61’ Ugur Boral 5) Hamit Altintop 6 Tuncay 6,5 Arda Turan 6 – Nihat 5,5 (117’ Gokdeniz sv)

In panchina: Tolga, Servet Cetin, Emre Belozoglu, Tumer Metin, Emre Gungor, Ayhan, Erding
Commissario tecnico: Fatih Terim 6

Arbitro: Roberto Rosetti (Italia) 5,5

Gol: 119’ Klasnic (C), 122’ Semih Senturk (T)
Ammoniti: Emre Asik, Tuncay, Arda Turan, Ugur Boral (T)

Sequenza rigori:

0-0: Modric (sbagliato: tiro finito largo)
0-1: Arda Turan (gol)
1-1: Srna (gol)
1-2: Semih Senturk (gol)
1-2: Rakitic (sbagliato: tiro finito largo)
1-3: Hamit Altintop (gol)
1-3: Petric (sbagliato: tiro parato da Rustu)

venerdì 20 giugno 2008

Quando conta, la Germania esprime sempre il meglio di sé

La squadra di Low vince anche più nettamente del 3-2 finale per l’atteggiamento decisamente migliore rispetto a quello del Portogallo



A fine partita le statistiche rivelano un totale di 22 tiri per il Portogallo contro gli 11 della Germania, ma alla luce di quanto visto in campo nei 90 minuti, quanti tra i veri esperti di calcio possono dire che la Mannschaft non ha strameritato la vittoria? Pochissimi, giusto un nugolo di cultori del calcio ultraoffensivo possono opporsi a questa visione, mentre tutti gli altri non possono che applaudire per l’ennesima volta la forza mentale di questa squadra: mentre il Portogallo usciva con gli applausi dalla fase a girone dando spettacolo, la Germania giocava malissimo la stessa fase, ma alla fine quando si fa sul serio difficilmente si sbaglia a puntare sui tedeschi, specialmente quando possono disporre di una buonissima squadra. E allora, sul terreno del St Jakob di Basilea s’è vista tutta la differenza tra una squadra esteticamente apprezzabile ma molto circense contro una squadra di calcio, con undici giocatori che sanno sempre quello che devono fare, che magari non attira l’occhio ma che alla fine diventa per forza più concreta: sotto il profilo della mentalità e del gioco il risultato di 3-2 sta pure stretto all’undici di Joachim Low ed è derivato anche dagli errori difensivi di Per Mertesacker nei due gol portoghesi, ma quella della Germania può essere definita una vera e propria lezione di calcio sul Portogallo. Le finte ripetute e i colpi di tacco servono a poco se non si concretizza il gioco, così una squadra che il luogo comune vuole solida finisce per segnare tre reti e per creare almeno un paio di altre grandi occasioni da rete, sempre lasciando poco allo spettacolo. Nel calcio non esiste e né ci sarà un tipo di gioco vincente in assoluto, ma la Germania porta sempre avanti la sua mentalità e quando la qualità del gruppo è di buon livello arrivano anche i risultati positivi, cosa che non era successo negli ultimi due Europei in cui la Mannschaft aveva sempre fallito all’interno del girone iniziale, senza vincere neppure una partita, perché nel 2000 la squadra era troppo vecchia e nel 2004 mancava di qualità nelle zone offensive, dovendo puntare tutto su Kevin Kuranyi in attacco. Si ferma invece qui l’esperienza di Felipe Scolari sulla panchina del Portogallo: dopo sei anni di buoni risultati (la finale nell’Europeo casalingo e la semifinale ai Mondiali del 2006), alla squadra lusitana è mancato nuovamente quell’ulteriore salto di qualità che consente ad un gruppo tutto sommato buono di diventare anche vincente. In questo match il Portogallo non ha saputo reggere l’impatto contro la solidità degli avversari, ma Scolari ha provato a rimescolare le carte, finendo per sbagliare qualcosa tatticamente, soprattutto nel portare Deco troppo defilato dalla zona nevralgica del campo, finendo per perdere quasi definitivamente l’apporto del fantasista del Barcellona, che dopo aver giocato due partite splendide in questo Europeo (ha saltato la terza contro la Svizzera perché Scolari ha schierato una squadra piena di riserve) è risultato quasi inesistente nei 90 minuti decisivi, un po’ come tutto il Portogallo che s’è sciolto di fronte a questo grande avversario e in questo appuntamento così importante. La squadra portoghese aveva le qualità per mettere in difficoltà una difesa della Germania non sempre perfetta, ma alla fine di occasioni vere ne ha create pochine, limitandosi a qualche leziosità di troppo e a tanti tiri da lontano: secondo le statistiche della Uefa, ben 13 dei 22 tiri totali arrivano da fuori area e di questi soltanto due partono dal limite dell’area, mentre la maggior parte di questi sono delle conclusioni forzate che non hanno mai creato nessun pericolo per Lehmann, quasi a provare a dare una conclusione a delle azioni che finivano per le lunghe o a cercare il jolly con il gol strepitoso, non certo l’atteggiamento giusto per conquistare qualche trofeo importante.

Il Portogallo scende in campo con la formazione tipo, ovvero lo stesso undici proposto nei due match contro Turchia e Repubblica Ceca, quelli del girone eliminatorio in cui la qualificazione era ancora da conquistare: il modulo è il 4-3-3 (inizialmente Scolari non ha mai optato per quel 4-2-3-1 che i media segnalano erroneamente, mentre questo modulo s’è visto nel corso del match dopo qualche sostituzione) con Deco e Joao Moutinho a fare ancora gli interni di centrocampo e Nuno Gomes come punta centrale, affiancato da Cristiano Ronaldo a sinistra e Simao a destra. Diverse novità di formazione ci sono invece nella Germania, con Low che rinuncia a Gomez e al modulo a due punte per optare (lui sì) al 4-2-3-1 che vede Klose unica punta, Ballack avanzato nel ruolo di trequartista a formare una linea con Schweinsteiger (preferito a Fritz) e Podolski, mentre in mediana non c’è spazio neppure per Frings, con il ct tedesco che punta sulla coppia Hitzlesperger-Rolfes. Low è costretto a guardare la partita dalla tribuna dopo l’espulsione subito nel corso del match contro l’Austria e a farne le veci in panchina è il suo vice Hans-Dieter Flick, ex allenatore dell’Hoffenheim.

La partita inizia con due squadre molto bloccate: la Germania tiene maggiormente palla ma non riesce mai ad affondare, con Ballack che rispetto alle scorse partite è meno presente nel vivo del gioco ma più attivo nella zona offensiva, per sfruttare le sue capacità di inserimento e di stoccatore.

Il primo tiro del match arriva al 10’: rimessa battuta velocemente da Schweinsteiger per Hitzlesperger, il quale dal limite va subito al tiro ma la palla finisce sull’esterno della rete senza creare brividi particolari a Ricardo.

La Germania riesce a prendere il possesso del centrocampo ma non regala certo grande spettacolo, manovrando molto e studiando i possibili varchi che potrebbero essere aperti nella difesa avversaria, anche perché la Mannschaft deve ancora prendere confidenza con il nuovo modulo. Il Portogallo non riesce a prendere continuità e Deco si vede pochissimo in questo inizio, domato dalla forza fisica dei due mediani tedeschi, in particolare l’ottimo Simon Rolfes. La buona disposizione tattica della Germania costringe i due esterni portoghesi Simao e Cristiano Ronaldo a partire in posizione abbastanza arretrata per non far perdere equilibrio alla propria squadra. E’ curioso invece il posizionamento dei trequartisti tedeschi in questo primo quarto d’ora, visto che tra i tre elementi alle spalle di Miroslav Klose il più avanzato è Bastian Schweinsteiger, che punta sempre alto un Paulo Ferreira che avanza poco, mentre Lukas Podolski si sacrifica molto anche a rincorrere gli avversari. Interessante pure il tipo di gioco attuato da Klose, che pur giocando da prima punta non rimane statico in avanti, ma anzi svaria su tutto il fronte offensivo per dialogare con i compagni, finendo spesso in posizione arretrato: proprio questo movimento risulterà decisivo col passare dei minuti.

Alla prima fiammata, il Portogallo va vicinissimo al vantaggio: Bosingwa riesce ad andarsene sul breve sulla corsia di destra e crossa verso il centro dell’area, dove Metzelder manca l’intervento e permette a Joao Moutinho la deviazione ravvicinata, ma il 21enne non ha il riflesso dell’attaccante e va a colpire il pallone con la coscia, mandando alto e sprecando una grande occasione.

Non sbaglia invece la Germania, che dopo aver macinato gioco trova lo spiraglio per pungere: al 22’ è bellissima la combinazione veloce e tutta sul breve sulla fascia sinistra, con Podolski che triangola prima con Klose e poi con Ballack, il quale di prima dalla trequarti trova un bellissimo tocco filtrante per premiare la corsa del compagno. L’attaccante del Bayern Monaco raggiunge così la zona vicina alla linea di fondo e crossa basso e teso verso il centro dell’area, dove Schweinsteiger si inserisce in modo perfetto e in scivolata trova il tocco vincente anticipando Ricardo Carvalho e battendo Ricardo da distanza ravvicinata: è la rete dello 0-1 che la Germania merita per come aveva impostato la partita e che arriva con una splendida azione, dove non si vedono colpi di tacco o finte da calcio bailado ma dove c’è uno splendido sfruttamento degli spazi liberi.

La Germania non si accontenta del gol di vantaggio e al 26’ punisce gli avversari un’altra volta: punizione leggermente defilata sulla sinistra battuta da Schweinsteiger, Bosingwa si piazza male all’interno dell’area e tiene in gioco tutti gli avversari, nel frattempo Klose si libera alla perfezione della lenta e brutta marcatura di Ricardo Carvalho e incorna alla perfezione, realizzando la rete dello 0-2. Non è un caso che nella prima partita in cui viene schierato come centravanti Klose firma il suo primo gol in questi Europei, ma è evidente l’errore di Ricardo Carvalho, apparso davvero la brutta copia dello splendido difensore ammirato nel Chelsea.

Scolari cerca di ridisegnare la squadra e al 31’ decide di togliere Joao Moutinho e inserisce Raul Meireles, il quale affianca Petit in un 4-2-3-1 che vede Simao sempre statico sulla destra, Cristiano Ronaldo accentrarsi spesso e finire quasi per fare la seconda punta, mentre Deco deve sacrificarsi in una posizione defilata sulla sinistra che finisce per escluderlo definitivamente dalla contesa.

In questa fase di gioco arriva la sfuriata nervosa del Portogallo, che riesce a premere per mettere alle corde la Germania ma rischia di subire dei contropiede letali. Cristiano Ronaldo prova ad entrare realmente in partita in questa posizione centrale, ma un errore nella misura del cross basso per un liberissimo Nuno Gomes rischia di essere pesante.

Invece, il fenomeno del Manchester United riesce a rifarsi in parte al 40’: la difesa della Germania si fa trovare troppo aperta nella ripartenza portoghese e Simao può tagliare verso il centro per poi lanciare in diagonale verso la corsia sinistra, Mertesacker non riesce ad intercettare il pallone e si fa scappare via Cristiano Ronaldo, il quale punta la porta e poi cerca la conclusione, ma Lehmann era uscito puntualmente a chiudergli la porta e risponde bene al suo tiro. Sulla respinta Mertesacker è ancora troppo lento nel prendere equilibrio per toccare il pallone, il quale arriva a Nuno Gomes che calcia a porta vuota il tap-in vincente, rendendo inutile anche il tentativo di salvataggio di Metzelder sulla linea: è la rete dell’1-2 e la Germania paga un altro errore pesante di Mertesacker, il vero punto debole dell’intera formazione tedesca.

Al 45’ è Ballack a cercare la risponda immediata, ricevendo un pallone da Lahm largo sulla sinistra, accentrandosi per portarsi il pallone sul destro e calciando verso il primo palo, ma Ricardo è attento e respinge.

Un minuto dopo Cristiano Ronaldo accelera e punta l’area di rigore, va in uno contro uno con Mertesacker defilato in area sulla sinistra e cerca il secondo palo con una conclusione bassa, ma il pallone termina sul fondo anche se non va di molto lontano dal palo.

Nella ripresa la Germania prova ad addormentare la partita, tenendo palla a ritmi bassi e piazzandosi a protezione della propria difesa, con i trequartisti che abbassano particolarmente la propria posizione, eccetto Ballack che rimane l’uomo più vicino a Klose: in questo modo, però, la Mannschaft rischia di concedere troppo campo al Portogallo, che invece prova a spingere e in questo modo potrebbe prendere anche continuità nella manovra e far soffrire la difesa alzata da Low. Il problema è che ai lusitani mancano le illuminazioni di Deco e la squadra di Scolari insiste troppo su ricami eccessivi o su azioni personali, perdendo troppi palloni.

Come nel primo tempo, però, la Germania concede al Portogallo una grandissima chance da distanza ravvicinata, ma anche questa volta i lusitani la sprecano malamente: al 57’ c’è un corner battuto con un cross corto, Deco sul primo palo va a prolungare di testa e al centro nessun tedesco segue il movimento di Pepe, che da pochissimi passi può colpire di testa ma invece di freddare Lehmann manda altissimo, sprecando la più ghiotta occasione per rimettere in partita il Portogallo.

Questo perché al 61’ la Germania sfrutta in pieno un errore degli avversari e trova il gol che potrebbe chiudere la partita: punizione da trequarti battuta da Schweinsteiger direttamente verso il centro, Ricardo esce come suo solito a farfalle e Ballack lo può anticipare per incornare di testa a porta vuota, dopo aver preso il tempo e la posizione anche al suo compagno di club Paulo Ferreira. E’ la rete dell’1-3 ed è pesantissimo l’errore del portiere Ricardo, uno che non dà mai sicurezza sulle palle alte e che fa sempre rischiare la propria squadra con le sue follie: in questo modo, il Portogallo subisce un gol che decisivo in questo match, così come decisivo era stato un altro suo errore su palla alta ad Euro 2004, sul gol di Charisteas che regalò alla Grecia il titolo di Campione d’Europa. E’ davvero difficile pensare di creare una squadra di alto livello quando poi in porta c’è questo portiere.

Il Portogallo via via prende una disposizione tattica sempre più anarchica, con le uscite dal campo di Nuno Gomes prima e Petit poi e gli ingressi in campo di Nani e Helder Postiga: la squadra di Scolari gioca il finale di gare con Deco in posizione centrale e più arretrata, Helder Postiga unica punta e i tre trequartisti a girare per il campo senza posizioni fisse. Al 73’ cambia qualcosa anche la Germania, togliendo Hitzlesperger (sufficiente la sua prova) per inserire Tim Borowski, che si piazza all’altezza di Ballack nel 4-1-4-1.

La Germania adesso si difende bene, rallenta il gioco portoghese e permette agli avversari soltanto tiri da fuori non pericolosi, riuscendo pure a far scorrere il tempo soprattutto grazie ad alcune azioni molto intelligenti dell’ottimo Podolski, il migliore in campo in questo match. L’azione portoghese finisce sempre per ristagnare lentamente per vie centrali, dove ci sono sempre almeno 7 giocatori della Germania ad attendere e a chiudere tutti gli spazi: la squadra di Scolari attacca in modo poco intelligente, cercando della azioni illogiche e non allargando mai il gioco, nonostante ormai in campo ci siano diversi esterni offensivi.

Ad andare più vicino al gol è quindi la Germania al 79’: dopo un corner respinto Podolski cerca la botta dalla trequarti, colpendo il pallone con l’esterno del piede sinistro e dandogli una traiettoria splendida e tesa che va a sfiorare il palo ed uscire davvero di un nulla. Sarebbe stata una rete spettacolare e totalmente meritata dall’attaccante del Bayern Monaco.

Alla fine, a trovare il gol della speranza è il Portogallo all’87’: azione personale di Nani sulla sinistra che riesce poi a rientrare sul destro e crossare al centro, Mertesacker è ancora troppo fermo e Helder Postiga riesce ad incornare da posizione ravvicinata, battendo Lehmann e riaprendo il match con la rete del 2-3.

La rete finisce solo per rendere meno pesante il passivo, perché l’assalto finale del Portogallo è poca cosa e l’azione simbolo della mentalità sbagliata dei lusitani arriva al 92’: Nani riceve palla sulla destra ma invece di spingere sulla fascia e crossare nel mucchio decide di accentrarsi e tentare il sinistro da lontano, mandando il pallone altissimo. Questo è il segno di come non si portano avanti gli assalti finali, visto che i portoghesi hanno attaccato anche in questi frangenti troppo lentamente e hanno cercato il gol da lontanissimo, con dei tiri che in queste fasi concitate possono riuscire solo una volta in un milione di tentativi.

Anche questo è il sintomo di una mentalità diversa tra le due squadre ed è giusto che ad approdare in semifinale sia la Germania, dopo aver giocato un’ottima partita: la grinta e l’intelligenza dei giocatori ha avuto la meglio, supportate anche dalle grandi prestazioni di tutti e quattro gli elementi offensivi, visto che oltre al migliore in campo Podolski si sono ben comportanti anche Klose (bravissimo a svariare e a creare spazi), Ballack (più pungente e dinamico rispetto alle altre tre partite di questi Europei) e Schweinsteiger (alla prima partita da titolare in questo Euro 2008 e subito a segno, tornando ad essere un elemento determinante). Adesso la squadra di Low attende il proprio avversario in semifinale dalla vincente del match tra la Croazia (già affrontata nel girone iniziale, con la sconfitta per 2-1 che ha permesso ai croati di vincere il raggruppamento) e la Turchia, match che vede come favorita la squadra di Bilic.

Per il Portogallo si finisce invece l’era di Felipe Scolari, che ha portato la squadra ad un livello decisamente più alto ma che non è riuscito a darle quell’ultimo salto di qualità che le avrebbe permesso di vincere qualcosa. Proverà a trovare le vittorie importanti il successore del Felipao, che potrebbe anche essere un altro ct brasiliano, visto che da qualche giorno si fa il nome di Arthur Antunes Coimbra, in arte Zico, il quale da qualche giorno ha lasciato il Fenerbahce e sicuramente troverà un altro posto in panchina nel corso di quest’estate.


Portogallo-Germania 2-3

Portogallo (4-3-3): Ricardo 5 – Bosingwa 5,5 Pepe 6 Ricardo Carvalho 4,5 Paulo Ferreira 5 – Deco 3 Petit 5 (73’ Helder Postiga 6) Joao Moutinho 4,5 (31’ Raul Meireles 5,5) – Simao 4 Nuno Gomes 5 (67’ Nani 4,5) Cristiano Ronaldo 5

In panchina: Nuno, Rui Patricio, Bruno Alves, Fernando Meira, Hugo Almeida, Miguel, Jorge Ribeiro, Quaresma, Miguel Veloso
Commissario tecnico: Luiz Felipe Scolari 5

Germania (4-2-3-1): Lehmann 6,5 – Friedrich 6 Mertesacker 5 Metzelder 6,5 Lahm 6,5 – Hitzlesperger 6 (73’ Borowski sv) Rolfes 7 – Schweinsteiger 7,5 (83’ Fritz sv) Ballack 7 Podolski 8 – Klose 7,5 (89’ Jansen sv)

In panchina: Enke, Adler, Westermann, Frings, Gomez, Neuville, Trochowski, Odonkor, Kuranyi
Commissario tecnico: Joachim Low (squalificato e sostituito da Hans-Dieter Flick in panchina) 8

Arbitro: Peter Frojdfeldt (Svezia) 6,5

Gol: 22’ Schweinsteiger (G), 26’ Klose (G), 41’ Nuno Gomes (P), 62’ Ballack (G), 87’ Helder Postiga (P)
Ammoniti: Pepe, Petit, Helder Postiga (P), Friedrich, Lahm (G)

giovedì 19 giugno 2008

La Russia strapazza la Svezia e Hiddink raggiunge l’ennesimo miracolo

I gol di Pavlyuchenko e dell’ottimo Arshavin lanciano ai quarti di finale i russi, che giocano un gran match



Per Guus Hiddink nessun miracolo è impossibile: l’ha mostrato diverse volte, l’ha confermato anche a questo Euro 2008, portando la Russia ai quarti di finale, dove ad attenderlo c’è la sua Olanda, squadra che ha anche allenato per quattro anni portandola al terzo posto nei Mondiali del 1998, eliminato in semifinale dal Brasile ai calci di rigore. E’ vero che i russi erano inseriti nel Gruppo D dove, a parte la Spagna, la qualità non regnava certo sovrana, ma sulla carta erano la squadra di minore qualità tra tutte le qualificate a questi Europei e, soprattutto, dovevano fare a meno della stella Andrei Arshavin per le prime due partite e del bomber Pogrebnyak per l’intero torneo: oltretutto, qualche voce dalla Russia parlava di un gruppo poco unito, situazione che avrebbe dovuto portare al fallimento la Nazionale. Invece, dopo il pessimo esordio contro la Spagna (un 4-1 anche più pesante di quello che gli uomini di Hiddink avrebbero meritato ma segno di una difesa disastrosa), il regalo del portiere Nikopolidis ha portato la vittoria sulla Grecia e ha permesso alla Russia di potersi giocare tutto nello scontro diretto contro la Svezia, a cui sarebbe bastato anche un pareggio per via di una migliore differenza reti. Proprio nel momento decisivo, la squadra di Hiddink ha mostrato la prova migliore, con una solidità decisamente migliore a centrocampo e con Arshavin tornato ad illuminare il gioco e a dare quella imprevedibilità che nei primi due match era mancata. Dallo scioglimento dell’Unione Europea, questa Nazionale non era più riuscita a raggiungere grandi risultati, arrivando al massimo a due partecipazioni ai Mondiali (1994 e 2002) e altre due agli Europei (1996 e 2004), ma in tutte queste occasioni la fase a gironi non era stata superata e ci voleva proprio un ct capace come Hiddink per portare questa Nazionale al superamento del primo turno, per giunta dopo essersi qualificata a questi Europei a spese di una grande Nazionale come l’Inghilterra, grazie soprattutto al suicidio di Wembley, quando i Tre Leoni avrebbero dovuto pareggiare contro la Croazia per accedere agli Europei ma si sono fatti sconfiggere, regalando ai russi una insperata qualificazione. Ma questa Nazionale non è soltanto figlia di un miracolo ma ha anche dei buoni giocatori, come la punta di movimento Roman Pavlyuchenko, che in questo match è riuscito anche a vedere la porta, o come Yuri Zhirkov, elemento infaticabile sulla fascia sinistra. Sul piano del gioco, la Svezia è stata completamente spazzata via: l’era di Lars Lagerback dovrebbe trovare così una logica conclusione, perché è troppo evidente come questo ct non riesca più a rinnovare la squadra né negli uomini né nel gioco. Il centrocampo ha troppa poca creatività per reggere a questi livelli, mentre la squadra soffre anche l’assenza di elementi giovani che avrebbero potuto dare un po’ di vitalità ad una Nazionale che invece appare già pronta per i tornei geriatrici: i giocatori d’esperienza possono essere utili per dare un equilibrio alla squadra e allo spogliatoio, ma una quantità così alta di ultratrentenni (ben 10 nella rosa dei convocati, quasi tutti usati costantemente nella formazione di Lagerback) finisce per rischiare di non avere più nulla da dire in un torneo di questo tipo, come puntualmente accaduto. Oltretutto, puntare soltanto sulla qualità di Zlatan Ibrahimovic (arrivato come sempre acciaccato all’appuntamento) è un altro sintomo di una squadra povera di idee e a cui non è bastato puntare sulla solidità per avere la meglio su una Russia più vivace e decisamente meritevole della qualificazione.

La Russia scende in campo con un 4-2-3-1 molto dinamico, in cui Semak si piazza costantemente davanti alla difesa, mentre l’altro mediano Semshov svolge anche compiti offensivi. L’innesto più importante è però quello di Arshavin nel ruolo di trequartista, a completare con Zyrianov e Bilyaletdinov una linea a tre alle spalle dell’unica punta Pavlyuchenko. La Svezia risponde con il solito 4-4-2 e confermando la stessa formazione che ha affrontato la Spagna, con Elmander di nuovo a sacrificarsi sulla fascia destra e Ibrahimovic confermato da titolare nonostante una condizione fisica non esaltante.

L’inizio di gara è abbastanza equilibrato ma si nota subito come la difesa della Svezia soffra molto sulle incursioni della Russia, brava ad inserirsi con i centrocampisti sia centralmente che lateralmente e a prendere in velocità i due centrali piuttosto lenti, in particolare Petter Hansson. Col passare dei minuti è proprio la squadra di Hiddink a prendere il sopravvento a centrocampo e ad apparire decisamente più in palla degli avversari, giocando anche un buon calcio e attaccando con grande continuità: si fa apprezzare molto la grande dinamicità di Yuri Zhirkov sulla fascia sinistra, sempre molto pungente nelle sue incursioni laterali partendo da lontano, mentre davanti a lui meno incisivo è Bilyaletdinov, il quale ha difficoltà ad entrare nel vivo del match. La Svezia è troppo statica e schematica nel proprio gioco e si affida soltanto ad Ibrahimovic per creare qualcosa, ma il centravanti dell’Inter è ancora in cattive condizioni e non riuscirà mai ad incidere, perdendo anche un gran numero di palloni.

In questo inizio, la Russia sembra attaccare con pazienza e cercare il momento giusto per pungere, tentando così diversi tiri da lontano ma senza creare nessuna vera occasione, fino al 21’ minuto: corner da destra battuto lungo a spiovere verso il limite dell’area, da dove Zhirkov tenta il tiro al volo trovando una grande coordinazione e calciando con precisione, mandando il pallone a sfiorare il palo. E’ la prima vera occasione del match.

E’ molto buona la spinta dei due terzini della Russia, anche quella di Anyukov sulla destra, con il 25enne che magari ha una minore qualità rispetto a Zhirkov ma gioca con grande umiltà ed efficacia, diventando decisivo nell’azione che al 24’ sblocca il match: Arshavin va in appoggio e verticalizza per Zyrianov, che largo sulla destra tocca basso verso l’area di rigore, dove s’inserisce a tutta velocità Anyukov. Il terzino apre la difesa con il suo movimento e di prima fa scorrere il pallone al centro per Pavlyuchenko, il quale calcia ancora di prima angolando benissimo il destro rasoterra e battendo l’incolpevole Isaksson, realizzando la rete dell’1-0. Vantaggio assolutamente meritato per una Russia che aveva proposto un buon calcio e che trova il gol con una bella azione.

Il gol finisce per aumentare l’entusiasmo della squadra russa, che così aumenta il proprio dinamismo e si rende ancora pericolosa al 26’: Hansson rinvia male un cross da sinistra, in posizione centrale riprende palla Zyrianov e tocca di prima per Bilyaletdinov aprendo un buon spazio per il tiro all’altezza della linea dell’area di rigore, ma il giocatore della Lokomotiv Mosca scivola al momento della conclusione e manda largo.

L’unica vera reazione della Svezia arriva al 27’ con una grande giocata di Henrik Larsson: cross dalla trequarti di Nilsson verso l’area di rigore, dove Kolodin marca Henrik Larsson lasciandogli troppo spazio e l’attaccante riesce con un difficile avvitamento a deviare il pallone verso la porta, trovando l’incrocio dei pali a negargli un gran gol. E’ l’unico spunto della partita di Henrik Larsson, davvero poco appoggiato da tutti i compagni.

E’ sempre più evidente la supremazia a centrocampo di una Russia che gioca meglio degli avversari, grazie anche alla qualità di Andrei Arshavin, autore di un ottimo primo tempo muovendosi su tutto il fronte d’attacco e rendendosi sempre molto vivo in fase di appoggio per i compagni. La Svezia invece ha una qualità bassissima, visto che cerca sempre il lancio lungo per le combinazioni isolate tra Ibrahimovic e Henrik Larsson, con soltanto qualche movimento di Ljungberg ad andare a supporto, ma l’esterno del West Ham manca della giusta efficacia ormai da diverse stagioni ed è la brutta copia del grande giocatore ammirato per tanti anni all’Arsenal. A centrocampo è ancora una volta inutile la grande corsa di Daniel Andersson, che però non è vivo né in fase di copertura né tantomeno nella creazione di gioco, finendo per muoversi sempre a vuoto.

La Russia gioca sempre nel fronte offensivo e al 36’ va vicinissima al meritato raddoppio: Ibrahimovic perde palla sulla trequarti difensiva e il rimpallo fa finire il pallone sulla destra dove c’è Arshavin che tocca in area per Bilyaletdinov, il quale ancora una volta pasticcia in fase di tiro ed è troppo lento per caricarsi, per poi (una volta chiuso) andare a servire sul breve Pavlyuchenko, che tenta il piatto destro preciso e batte Isaksson ma trova il palo a negargli la doppietta. Sulla respinta arriva il colpo di testa di Zyrianov ma Isaksson è attento e devia in corner. Ancora una volta la difesa della Svezia non riesce a porre un freno alle incursioni degli avversari.

Dopo il corner susseguente, Zhirkov tenta un’altra botta da lontano con conclusione ancora molto precisa e angolata e Isaksson si impegna a tuffarsi sulla sua destra e deviare in corner.

Negli ultimi 5 minuti di primo tempo la Svezia riesce a riprendere campo e attacca con discreta continuità, creandosi una buona occasione proprio al 45’: Ibrahimovic vince un rimpallo e Svensson riesce ad inserirsi troppo facilmente sul versante sinistro dell’area di rigore, ma al momento del tiro viene chiuso bene dall’uscita di Akinfeev.

In avvio di ripresa la Russia trova il raddoppio, precisamente al 50’: tutto nasce da una punizione della Svezia da zona difensiva battuta lunghissima in avanti, Zhirkov riesce a recuperare palla in difesa e poi si lancia in avanti senza palla, ricevendo il lancio di Bilyaletdinov che premia perfettamente il suo inserimento in contropiede sulla sinistra. Zhirkov così riesce ad entrare in area di rigore, tocca in orizzontale per Arshavin che in scivolata riesce a deviare bene verso la porta e a trovare l’angolo destro, battendo Isaksson per la rete del 2-0. Davvero straordinario il contropiede portato avanti dall’ottimo Zhirkov, il migliore in campo in questo match.

La Svezia adesso si riversa nella metà campo offensiva ma è ancora troppo lenta e poco qualitativa nella manovra, mostrando sempre gli stessi limiti: Ibrahimovic, inoltre, continua a fare poco nonostante sia sempre cercato dai compagni e questo anche perché la guardia che Ignashevich crea è molto buona.

Al 66’ Hiddink decide di togliere un Bilyaletdinov molto discontinuo ed entra Saenko, il quale va a fare l’esterno destro a centrocampo, con Zyrianov a cambiare fascia e a giostrare sulla corsia mancina.

Passa appena un minuto e nella nuova posizione Zyrianov trova un lancio per Pavlyuchenko, il quale si inserisce in mezzo a due difensori avversari in contropiede e va a puntare la porta ma Stoor lo ferma trattenendolo ripetutamente al limite dell’area, per poi andare al retropassaggio kamikaze che per poco non prende in contropiede Isaksson, che deve intervenire con i piedi per deviare il pallone in corner ed evitare l’autogol: il fallo di Stoor, però, andava segnalato e il difensore meritava anche l’espulsione per come aveva fermato irregolarmente una chiara occasione da rete, ma l’arbitro De Bleeckere glissa commettendo un errore evidente.

E’ davvero una pessima Svezia quella che si vede al Neu Tivoli di Innsbruck, incapace di portare una reale pressione offensiva o di rendersi pericolosa: Elmander corre molto ma non riesce mai ad incidere in una posizione che non è la sua, così come neppure Kallstrom (subentrare nella ripresa per Daniel Andersson) riesce a dare qualità al gioco della squadra. La Russia non sempre è precisa in difesa, ma riesce comunque a cavarsela in qualche modo.

Nel finale, poi, la Russia ha grandissime occasioni per colpire in contropiede: all’80’ Zyrianov parte da solo tagliando verso il centro e calciando dal limite dell’area, Hansson devia con il tacco e la palla va a sbattere sul palo, il secondo della partita della Russia. Sulla ribattuta arriva Arshavin che leggermente defilato sulla sinistra crossa morbido per Saenko, che sul secondo palo e liberissimo ma manca clamorosamente l’incornata vincente, mandando larghissimo fino a dove è piazzato lo stesso Arshavin, il quale non può giocare il pallone in quanto è in offside.

All’82’ è una grande apertura di Arshavin a tagliare dalla destra ad aprire un ottimo contropiede per il liberissimo Saenko che entra in area di rigore, fa collassare su di sé la difesa e tocca verso al centro ma troppo arretrato per Pavlyuchenko, che così perde l’equilibrio e sciupa la grande chance mandando largo il suo tiro.

La Russia rischia un po’ non chiudendo il match e sprecando di tutto, come all’89’ quando un brutto errore di Mellberg regala palla a Zyrianov, il quale lancia subito per Arshavin che è solo davanti alla porta con la possibilità di toccare al centro per il liberissimo Pavlyuchenko, ma la stella dello Zenit San Pietroburgo decide di fare tutto da solo e Isaksson riesce a chiudere la porta in uscita.

La Russia potrebbe dilagare, ma in questo finale Arshavin appare poco lucido e non riesce a suggellare una grande partita con il gol della doppietta, ma ciò non toglie meriti alla sua prova. La squadra di Guus Hiddink ottiene quindi l’accesso ai quarti di finale e adesso affronterà l’Olanda, in un match sulla carta impossibile per i russi, che però devono avere la consapevolezza che giocando in questo modo potranno pure giocarsi le proprie carte.

Viene eliminata invece la Svezia, che in tutti questi Europei non ha mai lasciato una sensazione positiva e che merita quindi di non accedere a questi quarti di finale.


Russia-Svezia 2-0

Russia (4-2-3-1): Akinfeev 6,5 – Anyukov 7,5 Ignashevich 6,5 Kolodin 6 Zhirkov 8 – Semak 6,5 Semshov 6,5 – Zyrianov 7,5 Arshavin 7 Bilyaletdinov 6 (66’ Saenko 5) – Pavlyuchenko 7 (90’ Bystrov sv)

In panchina: Gabulov, Malafeev, Vasili Berezutski, Yanbaev, Aleksei Berezutski, Adamov, Torbinski, Ivanov, Shirokov, Sychev
Commissario tecnico: Guus Hiddink 7,5

Svezia (4-4-2): Isaksson 6 – Stoor 5 Mellberg 5 Hansson 4 Nilsson 5 – Elmander 5 Andersson 3 (55’ Kallstrom 5) Svensson 5,5 Ljungberg 4 – Henrik Larsson 5 Ibrahimovic 3

In panchina: Shaaban, Wiland, Linderoth, Alexandersson, Majstorovic, Granqvist, Sebastian Larsson, Rosenberg, Dorsin
Commissario tecnico: Lars Lagerback 2

Arbitro: Frank De Bleeckere (Belgio) 5

Gol: 24’ Pavlyuchenko, 50’ Arshavin
Ammoniti: Kolodin, Semak, Arshavin (R), Isaksson, Elmander (S)

La Spagna chiude in bellezza il proprio girone

La Grecia abdica dal trono di Campione d’Europa terminando il girone a zero punti, subendo un 2-1 firmato dalle reti di De La Red e Guiza



La Spagna chiude in bellezza il girone battendo la Grecia in una sfida senza una reale posta in palio, visto che le Furie Rosse avevano già passato il turno vincendo il Gruppo D, mentre gli ellenici erano già sicuri dell’eliminazione: il vero motivo d’interesse era dato dal abdicazione della Nazionale di Otto Rehhagel, che giocava l’ultima partita da Campione d’Europa e che vedeva diversi elementi al logico passo d’addio per raggiunti limiti d’età, tra cui un Nikopolidis davvero disastroso in questo Europeo. Di fatto, la partita vista in quel di Salisburgo ha avuto poco senso, visto che la Grecia era visibilmente demotivata e non aveva neppure bisogno di addormentare la partita, visto che il possesso palla spagnolo andava quasi sempre in orizzontale, tranne per qualche bella verticalizzazione di Cesc Fabregas. La Spagna chiude così il proprio girone a punteggio pieno, proprio come era già successo due anni fa ai Mondiali, sempre con Luis Aragones in panchina: in Germania, però, le Furie Rosse si sciolsero proprio sul più bello, nelle partite da dentro o fuori, facendosi eliminare dalla Francia e confermando i soliti problemi caratteriali. Adesso è da capire se con due anni di esperienza in più di buona parte del gruppo questi limiti continueranno ad imporsi rispetto alle possibili qualità di questa squadra che sicuramente ha bisogno di un risultato importante per lanciarsi e prendere fiducia: forse per questo l’avversario migliore da affrontare ai quarti di finale è l’Italia molle e piena di problemi vista fin qui, soprattutto perché ha una difesa che potrebbe soffrire molto le incursioni di Fernando Torres e David Villa e le verticalizzazioni centrali degli spagnoli, un po’ come successo contro la Russia (fatte le debite proporzioni). Nel match contro la Russia hanno avuto modo di mettersi in mostra elementi che chiedono un posto da titolare come Xabi Alonso e Cesc Fabregas, con quest’ultimo che sembra convincere tutti sulla sua migliore affidabilità rispetto a Xavi, soprattutto perché il centrocampista dell’Arsenal riesce a verticalizzare con più continuità una manovra che diventerebbe troppo orizzontale e poco pericolosa. Un altro elemento che s’è fatto ben valere è Ruben De La Red, il quale ha anche realizzato il gol del momentaneo pareggio, in una rimonta completata da un Daniel Guiza non totalmente convincente. La Spagna può prendere comunque fiducia anche da questa vittoria, ma adesso Aragones deve lavorare con i suoi soprattutto sul piano mentale per non ricadere per l’ennesima volta in una delusione al primo ostacolo vero da affrontare.

La Grecia scende in campo con il 4-3-3 con Charisteas che viene utilizzato come punta centrale, dopo aver giocato largo a destra nelle altre due partite: al suo fianco svariano due elementi di grande movimento come Salpingidis e Amanatidis. La Spagna si schiera invece con il 4-1-4-1 con Xabi Alonso perno arretrato e Fabregas e De La Red a fare gli interni di centrocampo. L’unico titolare schierato da Aragones è Andres Iniesta, mandato in campo soprattutto per le condizioni fisiche non perfette di Santi Cazorla.

La Spagna fa girare palla lentamente ma con sicurezza, tenendo bassi i ritmi e ogni tanto proponendosi nella verticalizzazione per attaccare la lentezza dei difensori centrali della Grecia, anche se alla fin fine le Furie Rosse non tendono mai a forzare i tempi. Già dall’inizio è molto attivo Cesc Fabregas come regista offensivo, proponendosi nel dare verticalità al gioco offensivo della Spagna, ciò che non sempre riesce a fare Xavi: il centrocampista dell’Arsenal si muove liberamente per tutto il campo e questo gli permette di essere sempre nel vivo della manovra e di toccare un gran numero di palloni. La Grecia non si fa schiacciare all’indietro ma ha sempre poca qualità nella manovra: le due squadre giocano quindi molto sul possesso di palla ma arrivano raramente al tiro, soprattutto gli ellenici perché non hanno gli spunti che di tanto in tanto ha la Spagna.

Ad accendere gli animi in zona tiro è sempre Xabi Alonso, che al 23’ sfiora una rete fantastica: il centrocampista del Liverpool (chissà per quanto tempo però, visto che è dato in uscita da Anfield) vede Nikopolidis fuori dai pali e va alla conclusione dalla propria metà campo, il portiere tenta di rientrare in tempo sul pallonetto preciso dell’avversario ma va a sbattere con il corpo contro il palo, mentre il pallone sfiora la traversa e termina alto davvero di poco. Xabi Alonso non è certo nuovo a queste imprese, visto che in carriera ha già segnato dalla propria metà campo contro il Luton Town (con il portiere che però si era lanciato in attacco per tentare il pareggio nei minuti di recupero del match) e contro il Newcastle.

Gli attaccanti faticano parecchio ad entrare in partita: nella Spagna, Guiza appare troppo statico, mentre nella Grecia Charisteas appare troppo isolato al centro dell’attacco, con Amanatidis troppo impegnato a rincorrere gli avversari e Salpingidis che corre molto ma non incide mai.

Ad andare al tiro è sempre Xabi Alonso: al 30’ Fabregas si fa vedere in appoggio e tocca per il suo compagno, che va al destro da fuori area ma manda largo.

Il ritmo è sempre bassissimo, con la Spagna che in quest’ultimo quarto d’ora del primo tempo ha un’evidente supremazia a centrocampo, ma le Furie Rosse a volte sono troppo leziose nel loro gioco, anche perché il match non conta granché sul piano del risultato e possono permettere anche qualche ricamo in più.

Al 38’ la Spagna dispone di una punizione da posizione centrale che Fabregas batte in orizzontale per sorprendere gli avversari e lasciare lo spazio per il tiro di Xabi Alonso, il quale naturalmente non si lascia pregare e calcia subito basso con il piatto destro, con il pallone che va sul fondo dopo aver sfiorato il palo.

A sorpresa, però, ad andare in vantaggio all’intervallo è la Grecia, grazie al gol arrivato al 42’: punizione leggermente defilata sulla sinistra battuta morbida da Karagounis, al centro dell’area Charisteas riesce a liberarsi troppo facilmente da una marcatura e incorna bene battendo Reina, per realizzare la rete dell’1-0. Il match winner della finale di quattro anni fa riesce perlomeno a sbloccare il proprio bottino (e quello della propria squadra) prima dell’addio alla competizione.

In avvio di ripresa la Spagna torna ad avere il possesso del centrocampo e a manovrare lentamente in avanti: non convince molto la prestazione di Sergio Garcia, che non riesce ad essere dinamico come suo solito, nonostante questa sia la sua caratteristica migliore. Col passare dei minuti migliora invece l’impatto di Ruben De La Red, che in questa ripresa riesce ad alternarsi a Fabregas nella regia offensiva, dopo un primo tempo un po’ troppo impreciso per il giocatore del Getafe.

Nella Spagna però tira sempre lo stesso uomo, ovvero Xabi Alonso, e sempre con una grande pericolosità: al 54’ il centrocampista del Liverpool trova spazio davanti a sé e cerca la cannonata da 25 metri, trovando un gran tiro che non entra in rete solo per l’opposizione del palo.

Il pareggio arriva comunque al 61’ grazie al primo tiro spagnolo di una certa insidiosità non arrivato dai piedi di Xabi Alonso: lancio dalla trequarti di Fabregas, sponda arretrata di testa di Guiza e gran botta da appena dentro l’area da parte di De La Red, che batte un poco reattivo Nikopolidis, il quale tocca il pallone con il braccio soltanto per deviarlo nella parte bassa della traversa e poi in rete, per l’1-1. E’ la prima rete di Ruben De La Red con la maglia delle Furie Rosse, alla sua terza presenza.

Al 64’ si fa vedere anche la Grecia con un’azione manovrata, portata avanti da Amanatidis che vede lo spazio nella difesa spagnola e verticalizza benissimo per Charisteas, il quale taglia sul versante sinistro dell’area di rigore, aggira l’uscita di Reina e da posizione defilata cerca la conclusione in porta, ma trova il palo esterno a negarli il gol del nuovo vantaggio. E’ l’unico bello spunto di tutta la partita di Amanatidis.

Adesso la Grecia sembra più distratta in difesa e lascia più spazi, rendendo di conseguenza migliore il rendimento di Guiza, giocatore molto bravo nell’attaccare la difesa avversaria a spazi aperti.

Al 73’ Santi Cazorla (subentrato nella ripresa al posto di un Iniesta svogliato e con la testa ai quarti di finale) cerca l’apertura sulla sinistra ma il contrasto con Basinas finisce per accendere Guiza in area di rigore e defilato sulla destra: il Pichichi dell’ultima Liga cerca il tiro ad incrociare ma manda largo, anche se non di molto.

Nel finale di gara, la Spagna ha grandi spazi in zona offensiva, ma Guiza e Sergio Garcia sprecano diverse occasioni calciando molto male e lontano dalla porta. Nel finale sembra di assistere ad un powerplay hockeistico, tanto la Spagna fa girare il pallone senza che la Grecia riesca ad opporsi.

Alla fine, Dani Guiza riesce a riscattarsi dopo parecchi errori e firma la rete della vittoria all’88’: dalla destra Sergio Garcia decide di portarsi il pallone sul mancino e crossare a giro, Dellas scivola e lascia liberissimo Guiza sul secondo palo, con l’attaccante del Maiorca che incorna con buona potenza da distanza ravvicinata e batte un Nikopolidis stavolta incolpevole. E’ la rete dell’1-2 e anche per Guiza questo è il primo centro in Nazionale, con cui ha raccolto 5 caps.

Finisce allora con la terza vittoria su tre match il girone della Spagna, già però concentrata ai quarti di finale e alla sfida contro l’Italia: stavolta le Furie Rosse non possono sbagliare per deludere i propri tifosi per l’ennesima volta, sempre nel momento che conta. La rivincita sulla Grecia dopo l’eliminazione nel girone di quattro anni fa (come è stata descritta questa vittoria da qualche giornale spagnolo) di fatto lascia il tempo che trova e soprattutto non fa vincere nessuno trofeo.

Per la Grecia, l’Europeo finisce addirittura a zero punti, l’unica squadra dei quattro gironi a perdere tutte e tre le partite: il miracolo di quattro anni fa era irripetibile e adesso Rehhagel deve essere bravo a rinnovare per bene la propria squadra e presentarla tirata a lucido per le qualificazioni ai Mondiali 2010.


Grecia-Spagna 1-2

Grecia (4-3-3): Nikopolidis 5 – Vintra 6 Kyrgiakos 6,5 (63’ Antzas 5,5) Dellas 5,5 Spiropoulos 6,5 – Basinas 6 Katsouranis 5 Karagounis 6 (74’ Tziolis sv) – Salpingidis 4 (86’ Giannakopoulos sv) Charisteas 6,5 Amanatidis 5

In panchina: Chalkias, Tzorvas, Samaras, Goumas, Liberopoulos
Commissario tecnico: Otto Rehhagel 5,5

Spagna (4-1-4-1): Reina 6 – Arbeloa 6 Raul Albiol 6,5 Juanito 6,5 Fernando Navarro 6,5 – Xabi Alonso 7 – Sergio Garcia 5 Fabregas 7 De La Red 6,5 Iniesta 5,5 (59’ Santi Cazorla 6) – Guiza 6

In panchina: Casillas, Palop, Marchena, Puyol, David Villa, Xavi, Fernando Torres, Capdevila, Sergio Ramos, Marcos Senna, David Silva
Commissario tecnico: Luis Aragones 6

Arbitro: Howard Webb (Inghilterra) 6

Gol: 42’ Charisteas (G), 61’ De La Red (S), 88’ Guiza (S)
Ammoniti: Vintra, Basinas, Karagounis (G), Arbeloa, Guiza (S)


Classifica Gruppo D:

Spagna 9 (+5)
Russia 6 (=)
----------------------------------------
Svezia 3 (-1)
Grecia 0 (-4)

Spagna vince il Girone D
Russia qualificata ai quarti di finale


Questo è il programma dei quarti di finale:

Giovedì 19 Giugno:

ore 20.45
Portogallo-Germania (Sankt Jacob Park, Basilea)

Venerdì 20 Giugno:

ore 20.45
Croazia-Turchia (Ernst Happel Stadion, Vienna)

Sabato 21 Giugno:

ore 20.45
Olanda-Russia (Sankt Jacob Park, Basilea)

Domenica 22 Giugno:

ore 20.45
Spagna-Italia (Ernst Happel Stadion, Vienna)

mercoledì 18 giugno 2008

La Romania non ha carattere e si scioglie sul più bello

I rumeni hanno un atteggiamento inguardabile per tutta la partita, l’Olanda gioca la sua partita senza forzare più di tanto e vince 2-0



La forza di una squadra si vede nei momenti decisivi, come quando si potrebbe passare il turno e arrivare ai quarti di finale battendo una squadra che non ha più nulla da chiedere al girone: la Romania di forza sembra non averne, per come ha giocato la partita decisiva con l’Olanda, senza spunti e pensando soltanto a difendere, come se il gol della vittoria dovesse arrivare da solo. Gli Orange schierano molte riserve e fanno la loro partita tranquilla, tenendo il possesso palla per tantissimo tempo e non forzando nemmeno più di tanto il proprio gioco e il proprio ritmo, visto che era pur sempre una partita ininfluente per loro. Lo stato d’animo e la vitalità della Romania in questo match è simbolizzato dall’espressione del volto a tratti cadaverica del ct Victor Piturca, che dovrebbe aver capito di aver lasciato sfuggire una grandissima occasione per fare un gioco difensivo anche in una partita da vincere assolutamente contro un avversario senza stimoli, davvero un atteggiamento sportivamente suicida: i rumeni si sono affidati fin troppo sulle qualità in contropiede di Adrian Mutu, che ha sulla coscienza l’errore che è costato la qualificazione, avendo sbagliato il calcio di rigore che avrebbe fatto volare nel girone la Romania e soprattutto avrebbe eliminato una bruttissima Italia. Inserire stopper in mediana, affidare compiti superdifensivi ai centrocampisti e isolare le punte ha portato un pareggio giusto con squadre in grande difficoltà come Francia e Italia, mentre contro un Olanda in piena fiducia ha portato ad una sconfitta strameritata, ma soprattutto quello che dovrebbe sconcertare Piturca è che la sua squadra non ci abbia nemmeno provato a vincere la partita. L’Olanda lascia a riposo i titolari, in un match che permette a Marco Van Basten di dare ritmo alle riserve, soprattutto per inserirle pienamente nei dettami di gioco, una cosa che potrebbe sempre risultare utile qualora qualcuno di questi giocatori debba essere chiamato in causa: la partita è stata interessante anche per verificare le condizioni di quegli elementi che potrebbero essere ripescati nella formazione titolare, uno su tutti Robin Van Persie, autore di una prova di grande dinamismo e di buona pericolosità, mostrando di aver trovato una condizione fisica davvero importante dopo un’annata in cui è stato quasi sempre fermo per infortuni, lui che è un giocatore dalla grandissima fragilità, come minimo direttamente proporzionale al suo tasso di talento. Un po’ meno bene è andato Huntelaar, autore del gol del vantaggio ma troppo macchinoso nei movimenti e nettamente inferiore a Ruud Van Nisterlooy, così come qualcosina in più si ci aspettava da Arjen Robben, il quale però ha come scusante quello di aver giocato in una partita impostata proprio per nona affaticarsi più di tanto dal ct olandese, che ha tenuto il ritmo dei suoi decisamente basso, anche se questo ha finito per rendere minime le accelerazioni e le fiammate dell’esterno del Real Madrid. Molto interessante invece la prova e i movimenti di Afellay, uno che potrebbe essere benissimo utilizzato a partita in corso anche per aprire un match chiuso. L’Olanda allora continua ad andare a mille, esce con classe dalle polemiche arrivate nei loro confronti dai vergognosi media italiani (come se fosse una colpa arrivare già qualificati alla terza partita dopo aver abbattuto Italia e Francia) e chiude il girone a punteggio pieno, mantenendo alta la propria fiducia.

L’Olanda mette giustamente a riposo quasi tutti i titolari per non rischiarli inutilmente, soprattutto sul piano fisico: gli unici due confermati della formazione sono Boulahrouz e Engelaar, mentre il modulo tattico rimane il 4-2-3-1 con Van Persie utilizzato in una interessante posizione di trequartista. La Romania invece mostra il solito 4-5-1 tutto difensivo, con Marius Niculae che a sorpresa prende il posto del suo omonimo Daniel Niculae in attacco, mentre sulla destra Piturca preferisce Nicolita a quel Florentin Petre che bene aveva fatto nell’ultimo match.

Dopo un continuo possesso palla in cui gli olandesi avevano di fatto nascosto il pallone ai rumeni, la prima occasione del match arriva al 4’ ma per la Romania, con la girata di Marius Niculae che manda la palla larga senza eccessivi brividi per Stekelenburg.

A fare la partita è decisamente l’Olanda, con un continuo e lunghissimo possesso di palla che però viaggia molto in orizzontale. La Romania invece sta tutta coperta in difesa (come successo contro la Francia, in una partita in cui i rumeni non fecero neppure un tiro in porta: bizzarro che questo atteggiamento venga preso in un match da vincere assolutamente) e cerca qualche accelerazione in contropiede, non trovando mai eccessiva pericolosità e commettendo tantissimo errori, in particolare con Nicolita sulla destra, il quale ha giocato un pessimo Europeo e in questo match fa sicuramente rimpiangere Petre, che tanto bene lo aveva sostituito nel match contro l’Italia. Il ritmo è blando e gli unici brividi per la squadra di Piturca li prova a creare Mutu, quando l’attaccante della Fiorentina riesce a sganciarsi in avanti, visto che anche lui ha da svolgere troppi compiti difensivi: si può capire l’attenzione tattica, ma quando hai solo un giocatore di vero talento in squadra e gli fai fare il terzino in una partita che devi vincere vuol dire anche regalare tranquillità alla squadra avversaria. Nell’Olanda non iniziano benissimo Robben e Afellay, con il primo che non riesce a trovare i suoi ritmi, mentre Afellay ha un po’ di difficoltà nel trovare i giusti movimenti nel meccanismo di gioco olandese, cosa che dopo una ventina di minuti riuscirà a fare e con grande efficacia. A centrocampo, i due mediani Engelaar e De Zeeuw giocano una grande quantità di palloni, mentre Van Persie fa grande movimento, svariando molto sulla destra in questo avvio e proponendosi in tutte le fasi di gioco, sia in appoggio per i centrocampisti che nel tentativo di creazione offensiva a favorire i compagni.

Al 30’ la Romania riesce un po’ a sorpresa a crearsi un’altra occasione, con il break centrale di Cocis che riesce a servire Mutu, il quale tenta una buona botta lontano che va a sfiorare il palo per poi terminare sul fondo: una delle poche grandi occasioni create dalla squadra di Piturca.

Dopo aver fatto una mezz’ora di accademia, l’Olanda decide di rendersi pericolosa al 33’ con una grande apertura di Afellay sulla trequarti verso la fascia destra, liberando un grande spazio in area di rigore per Boulahrouz che da posizione defilata decide di non calciate e appoggia all’indietro per Huntelaar, il quale di prima calcia molto male e manda il pallone sopra la traversa, rovinando una bellissima azione olandese.

La squadra di Van Basten continua ad avere un possesso palla decisamente maggiore, ma adesso aumenta l’intensità delle proprie verticalizzazioni. In questo modo aumenta la continuità di azione di Robben, così come inizia ad essere efficacissimo Afellay, il quale taglia sempre molto bene verso il centro e ha ormai trovato i movimenti migliori nei meccanismi olandesi.

Al 37’ una verticalizzazione di De Zeeuw verso il centro dell’area trova Huntelaar che difende la posizione con il corpo all’altezza del dischetto dall’attacco di Tamas e prolunga d’esterno sulla sua sinistra di Robben, che ha grandissimo spazio per accentrarsi in velocità e poi da posizione ravvicinatissima tenta di battere Lobont con la conclusione di esterno sinistro, mandando il pallone fuori di un soffio: grandissima occasione per gli Orange per passare in vantaggio e per una volta buon lavoro di Huntelaar.

Al 44’ però è la Romania ad avere la più grande occasione della sua partita: Mutu attacca un avversario in uno contro uno sulla sinistra dell’area di rigore e va a premiare la puntuale sovrapposizione di Rat, che sul fondo crossa subito dentro, Cocis si addormenta al centro dell’area e da posizione comoda non va sul pallone, a rimorchio arriva però Nicolita che col sinistro spara altissimo, sprecando una grandissima chance per andare in vantaggio.

In avvio di ripresa la Romania sembra voler alzare il proprio baricentro, ma al 49’ l’Olanda potrebbe punire in contropiede: un lancio lungo vede Tamas in ritardo su Van Persie, il quale controlla benissimo con il sinistro, si ritrova il pallone un po’ arretrato e allora è bravissimo a girarsi con il destro e tentare subito la conclusione, con un tiro che però non è all’altezza della sublime preparazione e che permette a Lobont di deviare in corner con un riflesso.

Al 54’ l’Olanda rompe l’equilibrio nel match trovando il vantaggio meritato: Afellay va a controllare un pallone vagante sulla destra e lo crossa basso al centro, Engelaar sul primo palo non riesce a deviarlo in porta ma alle sue spalle c’è Huntelaar che colpisce quasi di riflesso e batte in questo modo l’immobile Lobont, realizzando la rete dell’1-0. Appare un po’ fortunosa la deviazione dell’attaccante dell’Ajax.

La reazione della Romania è molto timida e confusa e l’Olanda continua a fare tranquillamente il proprio gioco, soprattutto perché Van Persie continua ad essere sempre più efficace con il passare dei minuti, segno di una grande condizione fisica: l’attaccante dell’Arsenal potrebbe essere la carta a sorpresa nel 4-2-3-1 dell’Olanda in vista dei quarti di finale, con Van Basten che potrebbe riproporlo sulla fascia destra al posto di Kuyt, giocatore che dà sicuramente più equilibrio tattico ma meno fantasia. La Romania è troppo dipendente da Mutu e basta chiudere lui per costringere la squadra ad andare a dei lanci lunghi che sono poco utili sia con Marius Niculae che con Daniel Niculae, subentrato al proprio omonimo al 59’ ma senza lasciare una traccia maggiore. Vedere giocare l’Olanda in questo momento è davvero bello sul piano estetico, ma gli Orange in questa partita non hanno un terminale d’attacco all’altezza di Van Nisterlooy: Huntelaar, infatti, sembra un giocatore abbastanza sopravvalutato e le cifre altissime riguardanti i suoi gol realizzati nella Eredivisie sembrano un po’ deviare l’opinione sulle sue reali caratteristiche. Per il resto, i movimenti di squadra dell’Olanda sembrano discretamente collaudati anche con le riserve in formazione, nonostante in questa partita il ritmo sia volutamente più basso visto che il risultato non conta molto per l’Olanda.

Nel finale l’Olanda torna a creare qualche occasione con Van Persie che vuole trovare il gol: all’82’ l’attaccante dell’Arsenal riceve palla al limite dell’area su un servizio di Mario Melchiot e stoppa il pallone alzandoselo per poi girarsi e sparare di potenza con il sinistro, mandando il pallone alto.

La Romania ci pensa solo adesso a provare un disperato assalto ma si vedono soltanto una serie imbarazzante di lisci, segno di bassa qualità collettiva.

Il finale più logico è quello che vede l’Olanda raddoppiare, proprio con Robin Van Persie: all’87’ un lancio di De Zeeuw trova l’ex Feyenoord sulla sinistra dell’area di rigore, con Van Persie che controlla di petto e resiste al tentativo di recupero totalmente scoordinato di Contra e poi scarica un potentissimo sinistro verso il primo palo che brucia Lobont e vale il 2-0. Gran gol per il quasi 25enne, che così corona un’ottima prestazione.

La partita non ha più nulla da dire e l’Olanda accede con pieno merito ai quarti di finale, dopo aver proposto due grandissime partite nei primi due turni del girone. Adesso la squadra di Van Basten attende una tra Russia e Svezia, che si sfideranno nella serata di mercoledì per ottenere il secondo posto nel Girone D: leggermente favorita è la Svezia, non fosse altro che la squadra di Lagerback può passare il turno anche con un pareggio.

La Romania esce malamente dagli Europei, disputando una partita decisamente incolore: Piturca aveva conquistato la qualificazione agli Europei anche nel 2000 ma quella volta senatori come Hagi e Popescu chiesero la sua testa, raggiungendo comunque i quarti di finale, risultato che il 52enne non è riuscito a raggiungere in questa edizione. Forse a questo punto era meglio avere degli altri senatori che chiedessero la sua cacciata, visto anche l’iperdifensivismo di questo ct.


Olanda-Romania 2-0

Olanda (4-2-3-1): Stekelenburg sv – Boulahrouz 6 (58’ Melchiot 6) Heitinga 6,5 Bouma 6,5 De Cler 6,5 – De Zeeuw 6,5 Engelaar 6,5 – Afellay 6,5 Van Persie 7,5 Robben 6 (62’ Kuyt 6) – Huntelaar 6 (82’ Vennegoor Of Hesselink sv)

In panchina: Van der Sar, Timmer, Ooijer, Mathijsen, Van Bronckhorst, Van Nisterlooy, Sneijder, De Jong, Van der Vaart
Commissario tecnico: Marco Van Basten 6,5

Romania (4-5-1): Lobont 6,5 – Contra 5 Tamas 5,5 Ghionea 6 Rat 5,5 – Nicolita 3 (82’ Petre sv) Codrea 4 (72’ Dica sv) Chivu 4,5 Cocis 3,5 Mutu 5 – Marius Niculae 4 (59’ Daniel Niculae 4)

In panchina: Popa, Stancioiu, Marica, Sapunaru, Moti, Cristea, Radu
Commissario tecnico: Victor Piturca 3

Arbitro: Massimo Busacca (Svizzera) 3

Gol: 54’ Huntelaar, 87’ Van Persie
Ammonito: Chivu (R)